Appunti di Live: The Cure

11 novembre 2008. Piazza San Giovanni (Roma). Coca Cola Live @ Mtv.

Cerchi di sopravvivere nella calca. Aspetti che giunga il momento tanto agognato, schiacciato tra uno yuppie incravattato e un ragazzino delle medie. Attendi, e intanto ascolti buona musica come Giuliano Palma e John Legend. Passi, tuo malgrado, attraverso le “esperienze” Zeroassoluto e Marracash (non dico altro, sono pur sempre un gentleman). Alla fine, però, arriva il piatto forte dello show: i Cure salgono sul palco.
Non c’è niente da fare. Ogni volta che vai ad un loro concerto o che esce un nuovo album, c’è sempre qualche fan pseudo-dark/emo più giovane di te che rimpiange “the dark side of the cure”, ma, guardiamoci in faccia, è da Pornography (1982) che i Cure non pubblicano un album classificabile come gothic rock, se escludiamo gli ibridi Disintegration (1989) e Bloodflowers (2000). Ma ora non è più tempo per le riflessioni; lo spettacolo sta per iniziare.
Si leva il grido “Robert Smith, Robert Smith” e ci si spintona per arrivare il più possibile vicino al palco. Jason Cooper si siede dietro alla batteria, dà l’attacco e The Cure partono a suonare. La prima ora e un quarto di concerto è dedicata alla presentazione del nuovo lavoro del quartetto di Crawley: 4.13 Dream. Un set di tredici canzoni dalle sonorità lontane da quelle che ricercano i fan con la matita nera attorno agli occhi ed il rossetto viola; solo del buon vecchio rock alternativo e qualche pezzo un po’ più commerciale per attirare nuovo pubblico (ad esempio “Freakshow”). Un disco nel complesso decisamente niente male, tenendo presente che i singoli usciti negli ultimi 5 mesi sono forse le tracce meno convincenti di questo lavoro. La seconda parte del concerto, invece, è per chi non può rinunciare ai vecchi Cure; ed allora ecco alcuni dei pezzi che li hanno resi famosi in tutto il mondo: “Lullaby”, “Lovesong”, “Friday I’m In Love”, “In Between Days”, “Just Like Heaven”, “Boys Don’t Cry”. Nel complesso un live di altissimo livello, con un Robert Smith asciutto e sereno come non lo si vedeva da tempo, un Thompson sempre più truccato e tatuato, un Gallup  che ormai è la copia sputata dei rocker anni ‘50, con chiodo e ciuffo a banana, e un Cooper bello tonico.
Ora non resta che attendere l’uscita dell’album. Magari il Dr. Musikstein lo recensirà per noi.

Rockabilly Joe
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