Verdena – “WoW”

“WoW”, Verdena, 2011.

La mia opinione è sempre la stessa: credo fermamente che non si possa scrivere la recensione di un disco a pochi giorni dalla sua uscita. Non è possibile esporsi e raccontarlo dopo una manciata di ascolti e ancor meno tempo per assimilarlo; prima è necessario farlo proprio, capirne i punti di forza, così come i punti deboli.

WowÈ questo il motivo per cui ho evitato negli ultimi mesi di scrivere la recensione di Wow, l’ultimo (doppio) album dei Verdena. Volevo attendere che la musica facesse il suo corso. Desideravo consumarlo, smontarlo e ricostruirlo. Volevo amarlo, odiarlo per i troppi ascolti e infine amarlo di nuovo per la validità delle sue canzoni e non soltanto perché è “l’ultimo disco dei Verdena”. A quasi quattro mesi dalla sua uscita e dopo un live sulle spalle (a cui ho assistito con il nostro fido Rockabilly Joe) che mi ha permesso di capire limiti e validità di queste canzoni, mi sento finalmente pronto per esprimere un giudizio su questo quinto lavoro del trio di Albino. Innanzitutto devo dire, con rammarico, che il disco non è quel capolavoro che tutti dicevano al momento della sua uscita, certo è un grande album, probabilmente il miglior disco nel panorama musicale italiano odierno e certamente è il loro miglior lavoro (solo un attimo troppo lungo; avrebbero potuto far uscire un disco singolo eliminando quelle canzoni che risultano più deboli e forzate). I capolavori, però, sono un’altra cosa. I testi, poi, sono quelli di sempre; nonsense, vagamente depressi, il più delle volte semplicemente assurdi. Molti dicono di sentire echi di Battisti. Io dico, sì, può darsi che Alberto abbia ascoltato Lucio… e magari anche Francesco e Fabrizio e Franco, ma i suoi testi non sono cambiati più di tanto. Il cantante più che sul senso, lavora sulla musicalità delle parole; cerca quelle che s’incastrano meglio con la musica, che creano un tutt’uno con le note, trasportando l’ascoltatore in un mondo fatto perlopiù di sensazioni.

Al contrario l’evoluzione musicale del trio è tutta qui d’ascoltare. Roberta è quella che ha fatto il salto di qualità più evidente dai tempi di Requiem, mentre i fratelli Ferrari continuano il percorso già iniziato negli album precedenti. Luca dietro le pelli è minimale, pochi assolo e molta sostanza; è lui che detta i tempi e propone quella varietà che cattura l’ascoltatore e non permette alle canzoni di cadere nella monotonia e nel “già sentito”. Meno chitarre e più pianoforte per Alberto, che muta ancora una volta il suo stile compositivo e, al rock tirato, fatto di chitarre possenti e batterie nevrotiche, sostituisce strutture notevolmente più dolci e luminose. Pezzi brevi – a stento si superano i quattro minuti – synth impetuosi che costruiscono le melodie, chitarre mai ingombranti che tengono il passo, anziché dettarlo, cori che prendono a piene mani dalla lezione dei Beach Boys, la voce di Alberto che giunge lontana, come “nascosta” dagli altri strumenti, take tenuti buoni nonostante imperfezioni e rumori di fondo (anzi, probabilmente tenuti buoni proprio per questo). Un calderone polveroso in cui troviamo una varietà di stili e generi differenti. Nei due dischi si possono ascoltare le diverse anime dei bergamaschi, che convivono serenamente l’una con l’altra: ci sono i vecchi Verdena di Solo Un grande Sasso e de Il Suicidio Dei Samurai (li ritroviamo in canzoni come “Attonito”, “Mi Coltivo” e “Lui Gareggia”). Gomito a gomito ecco comparire i Verdena più introspettivi e venati di folk (quelli del singolo “Razzi Arpie Inferno e Fiamme” e di “Tu e Me”). Poi ci sono i Verdena che si guardano intorno, musicalmente parlando, si rifanno al panorama contemporaneo, prendono in prestito e rielaborano espedienti e stilemi musicali da gente come Interpol (“Loniterp” è un chiaro omaggio alla band di New York), MGMT misti ad Arcade Fire (in “Miglioramento”), Keane (“Scegli Me”). Infine troviamo i Verdena sperimentali, che riprendono il discorso da dove lo aveva lasciato Requiem, però con uno stile più propriamente pop (termine qui usato in un’accezione squisitamente positiva): “Le Scarpe Volanti”, “Castelli per Aria”, “Rossella Roll Over” e “Sorriso in Spiaggia, Parte 1&2” sono l’esemplificazione di questo percorso sonoro. Probabilmente alcuni dei fan storici dei Verdena, quelli che apprezzavano soprattutto l’irruenza e le radici grunge del trio, potrebbero trovare Wow un lavoro un po’ molle, ma è questa la nuova direzione che Alberto e compagni hanno scelto. Rinnovarsi, reinventarsi, continuare a cambiare pelle; una vera band ‘indipendente’ che non si piega alla legge del mercato, cercando di bissare la musica e il successo del suo ultimo album, ma suona quello che le va di suonare.

Concludendo, sì, forse c’è bisogno di ridimensionare l’idea che si ha di questo doppio disco. Probabilmente non abbiamo tra le mani un capolavoro, ma ormai non si può più fare melina, bisogna ammetterlo: ad oggi, i Verdena sono la rock band contemporanea più importante di tutto il panorama musicale italiano.

Tracce consigliate: Mi Coltivo, Razzi Arpia Inferno Fiamme, Miglioramento, Sorriso in Spiaggia Pt. 1, Nuova Luce, Grattacielo.

Dr. Musikstein

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2 risposte a “Verdena – “WoW”

  1. Sì, esattamente quello che penso anch’io.
    Beh, quando si parla di album-capolavoro, credo che ci sia bisogno di un po’ più di organicità; non basta la raccolta di singoli o di belle canzoni, tutto l’album deve avere un suono e un progetto unitario. Così su due piedi, come scelte puramente personali, potrei citare “Kind of Blue” di Miles Davis, “Sgt. Pepper” dei Beatles, “Dark Side of the Moon” dei Floyd, “Ok Computer” dei Radiohead, magari Led Zeppeli IV e anche “Otis Blue” di Otis Redding. Sono scelte “facili”, lo so, ma è per portare un esempio concreto dell’organicità di cui accennavo sopra.
    Dr. M.

  2. Magari non è un Capolavoro con la “c” maiuscola, però è un album con i controtutti. Io l’ho letteralmente consumato. Poi dipende anche qual è la tua idea di capolavoro.

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