Appunti di Live: Korn / Mogwai / Calibro 35 / One Dimentional Man

Rockabilly Joe ci racconta il suo massiccio luglio musicale.

Korn. 1 luglio 2011. Parco Certosa Reale, Collegno (To).
Frenesia. È quello che mi ha preso quando ho sentito che i Korn sarebbero venuti a suonare così vicino casa. L’organizzazione del Colonia Sonora ha sempre lavorato ottimamente, offrendo band di alto livello del panorama metal, ma con il colpaccio dei Korn, una delle band culto della mia adolescenza, posso affermare che abbia superato se stessa. Il posto lo conosco bene; ottimo per ospitare un concerto, ma per essere sicuro di vedere bene, arrivo con diverse ore di anticipo. Ad aprire un djset di musica elettronica tutto sommato godibile e gli StillWell, band in cui militano Fieldy e il batterista dei P.O.D., Wuv; un po’ di crossover anni ’90 per scaldare gli animi delle nonsoquanteanime in trepidante attesa dei Korn.
Improvvisamente la band è sul palco e si parte con i fuochi d’artificio di “Blind”; praticamente entriamo di colpo nel vivo del concerto per non uscirne più. La voce di Jonathan è potente come sinceramente non mi aspettavo; non perde un colpo e non sbaglia niente, proprio come su disco. I classiconi spezzagambe ci sono tutti, da “Freak on a Leash” a “Got the Life” e ci sono pure un paio di brani dall’ultimo Korn III (come “Pop a Pill”). C’è addirittura lo spazio per “One”, cover dei Metallica e per il nuovo singolo misto dubstep in collaborazione con Skrillex, “Get Up!”. Proprio con questo pezzo si conclude la prima parte del concerto, ma il pubblico di Collegno è caldissimo e dopo solo pochi istanti i Korn sono di nuovo sul palco. È il momento di buttare in pentola tutti quei brani che le nonsoquanteanime di cui sopra pretendono, ma che non sono ancora stati eseguiti; e allora ecco “Falling Away From Me” più un super medley che toglie i Korn dall’impaccio di dover suonare per altre due ore. Con “Y’All Want a Single” la band saluta il suo pubblico. Sinceramente io avrei gradito l’impaccio di vederli suonare per altre due ore.

Mogwai. 12 luglio 2011. Spazio211, Torino.
Il concerto dei Mogwai nell’ambito dello Spaziale Festival inizia nel migliore dei modi. La location (l’ampio spiazzo dietro Spazio211) è tirata a lucido, con stand che vendono vinili, magliette e libri musicali. C’è pure un bar dove fanno ottimi panini e buona birra a prezzo purtroppo alto. La serata è calda, ma non troppo e il pubblico numeroso, ma non eccessivo. Questa sensazione di aurea mediocritas continua anche quando i Mogwai salgono sul palco. All’esibizione piena di pathos e coinvolgente (un’esibizione da 30 e lode per essere sinceri, con highlight come “I’m Jim Morrison, I’m Dead”), fa da controaltare una durata eccessiva per un concerto strumentale che non sia jazz o classica. A lungo andare le soluzioni stilistiche della band mostrano la corda e si nota un po’ di ripetitività. Mi rendo però conto che sia difficile decidere a priori la lunghezza di un live; suonare troppo poco voleva dire incorrere nelle ire di fan urlanti che si aspettavano performance più sostanziose. Naturalmente il mio giudizio è squisitamente personale (anche perché, lo ammetto, adoro i Mogwai e il post-rock è un genre che mi fa bene, nel senso clinico del termine, pur non essendo la mia prima scelta per un concerto), però la voglia e l’attenzione mi avevano lasciato già all’inizio di quel lungo bis da quasi 15 minuti (“Mogwai Fear Satan”).

Calibro 35. 15 luglio 2011. Spazio211, Torino.
Con i Calibro 35 avevo paura d’incorrere nei problemi già incontrati al live dei Mogwai; non è da tutti sostenere un concerto strumentale senza mai annoiare. Beh, i Calibro ci sono riusciti. Sarà perché la loro musica è più varia (alla fine, dal calderone sonoro anni ’70 escono fuori funk, progressive, psychedelic soul, colonne sonore dei polizieschi). Sarà perché la loro immagine è decisamente più simpatica rispetto a quella della band scozzese. Sarà perché effettivamente riescono a connettersi di più con il loro pubblico, coinvolgendolo completamente. Sarà perché i numeri funambolici del batterista Fabio Rondanini e del multi-strumentista Enrico Gabrielli fanno parte del pacchetto “cena + spettacolo”. Sarà perché il concerto dura leggermente meno rispetto a quello dei Mogwai. Metteteci questo e metteteci dell’altro, ma proprio per tutto l’insieme la serata scorre via piacevolmente. Mi giro ad osservare il pubblico variegato e tutti hanno un sorriso stampato sulle labbra, proprio come ce l’hanno i musicisti sul palco. E poi, diciamolo, nessuno riuscirebbe a resitere alle musiche del maestro Morricone e di Bacalov suonate con un piglio così sicuro e competente.

One Dimensional Man. 17 luglio 2011. Spazio211, Torino.
Duro e cattivo; la descrizione perfetta per il live degli One Dimensional Man. Capovilla e Favero mettono in stand by per un po’ Il Teatro degli Orrori e si concentrano sulla loro band originale, uno dei gruppi cult della scena indie -nel senso di indipendente- italiana. Il trio (oltre ai due già citati, completa la formazione il nuovo batterista Luca Bottigliero) regala al pubblico un’ora e mezza di rock alternativo tiratissimo e passionale… e qui i detrattori direbbero che gli ODM non possono fare altro che essere sporchi e cattivi, perché di qualità tecnica ce n’è pochina. A me interessa davvero poco. Interessa di più che il concerto ci metta davanti le due anime ben distinte della band: quella pre-2004 (fino a Take Me Away) e quella di A Better Man, ultimo lavoro uscito quest’anno. Inutile dire che preferisco la prima. Non sono un passatista a priori, ma in questo caso il sound quasi noise dei primi lavori aveva un senso diciamo pionieristico, soprattutto perché l’Italia è la periferia del rock. A Better Man, invece, sembra suonato da Il Teatro con influenze elettroniche. Niente di male, segno dei tempi che cambiano, e poi le canzoni dell’ultimo disco non sono poi così pessime dal vivo. Certo che il pubblico la deve pensare come me, dato che si scatena soprattutto quando Capovilla e soci propongono vecchi pezzi come “This Man in Me” o “Tell Me Marie”. Qualche problema tecnico al basso di Pierpaolo rallenta, ma non ferma gli ODM che avanzano possenti come un autotreno. Alla fine è un tripudio. Duro, sporco e cattivo a volte è meglio.

Rockabilly Joe

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