Jazz Sketches: The Köln Concert

Era il freddo 24 gennaio 1975. Il trentenne Keith Jarrett aveva appena passato svariate ore al volante dalla lontana Zurigo per giungere fino a Colonia (Köln), nella Germania occidentale, ed esibirsi, la sera stessa, all’Opera House. Era tardi, il pianista aveva un gran mal di schiena e nei giorni precedenti aveva dormito male a causa di scadente cibo italiano («Damn you italians!!»). Giunto a teatro lo aspettava un’amara sorpresa: il pianoforte che aveva richiesto per il concerto non era lì ad aspettarlo. Lo staff aveva affittato il piano sbagliato e non c’era il tempo per rimediare all’errore: Keith avrebbe dovuto suonare su un altro strumento, un Bösendorfer parzialmente scordato e con alcuni tasti quasi muti. Ora, conosciamo tutti il difficile carattere del pianista americano, e forse nessuno si sarebbe stupito se avesse mandato tutti al diavolo («If you motherfuckers don’t understand my music you can just fuck youselves! I’m out of here!») e se ne fosse andato a dormire, cancellando la registrazione e annullando una serata da tutto esaurito. Invece così non fu. Quella sera Keith Jarrett suonò e incise, su uno strumento stonato e mezzo rotto, alle 11:30 di sera, tra dolori  e sonnolenza, il concerto solista più “venduto” nella storia del jazz.

Il disco qui preso in esame è diviso in tre parti, ma per motivi di incisione su LP, la seconda è stata poi suddivisa in IIa e IIb. La terza parte, IIc, è un encore. Il risultato è poco più di un’ora di musica. “Part I” dura quasi 27 minuti e “Part II” più di 34, tempistiche di esibizione che sembrano offrire un’ulteriore prova a favore di coloro che definiscono questo album un piccolo miracolo musicale. Quando penso a The Köln Concert, il primo aggettivo che mi viene in mente è ipnotico. La musica creata di Jarrett in questa occasione ha la capacità di inchiodare qualsiasi ascoltatore alla propria sedia, e questo forse anche a causa della sua semplicità. Si tratta spesso di pochi accordi su cui viene costruita l’intera melodia, con ricorrenti sonorità classiche e gospel, ricca di amore e tensione emotiva. La passione che l’artista mette nella sua musica è testimoniata anche dai ricorrenti mugolii e gemiti; le urla di piacere con cui il pianista arricchisce spesso le sue performance («Yeeeeah!!»). Forse se avesse avuto il giusto strumento, se fosse stato fresco e riposato, se non avesse avuto quelle distrazioni e tutti quei dubbi, non sarebbe uscito fuori il Köln Concert di Keith Jarrett. Non lo sapremo mai, ma in fondo non sembra un’ipotesi così azzardata. Per capirne la magia basta ascoltarlo, dall’inizio alla fine, possibilmente seduti e in silenzio (e niente foto che altrimenti Keith si incazza e se ne va).

Wes

P.S. Se volete assaggiare un pizzico di questa magia godetevi la lunga sequenza che Nanni Moretti dedica a Pasolini in Caro Diario. Si tratta di 5 minuti, in cui, vari estratti della “Part I” divengono colonna sonora. Un lungo vamp su due soli accordi, Lam7 e Sol. Un ottimo modo per capire di cosa stiamo parlando.

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3 risposte a “Jazz Sketches: The Köln Concert

  1. Pingback: Appunti di Live con Rockabilly Joe: Keith Jarrett Trio | La Lira di Orfeo·

  2. Capolavoro di Keith! Recensione molto bella, tra l’altro non avevo mai visto “Caro Diario” e il riferimento ha solleticato la mia curiosità.

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