Il Critico Integralista: gennaio-giugno 2012

Critico Integralista«Se qualcuno stesse leggendo questo post, sappiate che siamo stati obbligati a pubblicarlo; lo strano personaggio, arrivato oggi nella sede de “La Lira di Orfeo”, ha annunciato che ucciderà i nostri criceti da compagnia, a meno di non entrare a far parte in pianta stabile dello staff. Ora è nell’altra stanza che cerca di sventrare uno sgombro con un mestolo da minestra, per favore qualcuno ci aiut…»

Presentandosi sbattendo un paio di porte e inveendo contro la nostra segretaria Lucy Marie, al grido chiarificatore di “io sono io e voi non siete un cazzo!”, il Critico Integralista dice la sua, in maniera rapida e concisa, su alcuni dei dischi più chiaccherati, usciti nella prima metà del 2012.

  • Breton – “Other People’s Problems”. Un interessante connubio di indie, avant-hip hop e dance (anzi, per essere precisi, qui gli altri critici musicali parlano già di post-dance punk… mi sa che mi sono perso qualcosa). Il tutto condito da questa intrigante sensibilità street/hipster. Non vi farà gridare al miracolo, ma i brani come “Wood and Plastic” e “Interference” sono ottimi e abbondanti.
  • Cloud Nothings – “Attack on Memory”. Per me la sorpresa più gradita di questo inizio 2012. Abbandonato l’indie pop degli esordi, grazie soprattutto all’aiuto di Steve Albini (se non sapete chi è potete anche smettere di leggere questo post), la band di Cleveland ha iniziato a buttare dentro il calderone un misto di post-hardcore, indie e di carica grunge, che ti riporta di peso negli anni ’90. La passione e la rabbia sono tutte incise su disco. “No Future / No Past” è la canzone che mi ha svegliato con un sonoro calcio in culo da quanto è potente.
  • Grimes – “Visions”. Il personaggio di Grimes ha tutto quello che serve per starmi pesantemente sulle balle… d’altro canto, Visions è lì da ascoltare. Non sono fan dell’electro-pop o come diavolo si chiama, ma so riconoscere la buona musica e apprezzo la produzione curata. Non sarà un album infarcito di originalità e grandi idee, ma è piacevole e ben fatto.
  • The Hives – “Lex Hives”. Il solito (bell’) album degli Hives; energico, viscerale, un filo monocorde… ma ca**o se pompano. Affilati come dei rasoi, tesi come corde di violino, ti fanno fare una tirata unica dalla traccia 1 alla 12. Non mi aspettavo niente di più e niente di meno.
  • Lana del Rey – “Born To Die”. Lana è un personaggio con la P maiuscola e alcune delle sue canzoni sono dei piccoli gioielli (come “Video Games”) pieni di sensualità (ascoltate “Summertime Sadness” poi mi dite), però l’album tutto insieme non funziona. Troppi scarti di stile tra una canzone e l’altra e troppi tappabuchi. Rimandata.
  • Liars – “WIXIW”. Echi di krautrock anni ’70, per un lavoro più lento e riflessivo del solito. I fan di Drum’s Not Dead potrebbero restare delusi (sì, io sono uno di loro), ma l’ultimo disco dei Liars ha il pregio di essere accessibile senza perdere di incisività e fascino.
  • Mark Lanegan Band – “Blues Funeral”. Inizi ad ascoltare Blues Funeral, ti scontri con il muro vagamente stoner di “The Gravedigger’s Song” e pensi: «il solito vecchio Mark». Più vai avanti, però, più ti rendi conto che l’ex Screaming Trees sta cercando di mischiare le carte, di proporre qualcosa di diverso. Forse Lanegan non è ancora riuscito a capire esattamente dove vuole andare a parare in questo suo nuovo percorso musicale, ma l’album è valido e vale la pena di dargli più di un ascolto veloce.
  • The Mars Volta – “Nocturniquet”. Ok, forse non saremo davanti ad un altro De-Loused in the Comatorium, né a un Frances the Mute (e se è per questo neanche a un The Bedlam in Goliath), ma Nocturniquet funziona. Le sue canzoni, che difficilemente superano i 5 minuti, lo rendono l’album più facile da ascoltare mai inciso dei texani. A tratti risulta un po’ freddo, ma ci regala alcune perle come “Dyslexicon”, “Lapochka” e “Molochwalker”.
  • Norah Jones – “Little Broken Hearts”. Dov’è finita l’incantevole creatura che mi placava con le sue ballate in bilico tra jazz e country? L’amore che provo per questa donna non può attenuare lo scempio fatto dalla produzione di Danger Mouse (che, devo ammettere, normalmente apprezzo).
  • A Place To Bury Strangers – “Worship”. Ti ammazzano. Ti sotterrano. Ti fanno esplodere la testa con la loro musica piena di riverberi, distorsioni, rumori e voci dall’oltretomba… però mi aspettavo molto di più dal trio newyorkese. Ottimo album, ma manca quel qualcosa in più che ti fa urlare «ca**o sì!».
  • Sigur Rós – “Valtari”. Si torna al suono dilatato e sospeso dei primi lavori. Un album che divide; sicuramente chi ha apprezzato e imparato a conoscere i Sigur Rós attraverso gli ultimi due dischi non sarà d’accordo con questo ritorno alle origini. Chi si aspettava un’ulteriore evoluzione musicale o (peggio) attendeva il “capolavoro”, a causa dell’hype spropositato, sicuramente si sentirà tradito. Gli amanti della musica e del post-rock/ambient apprezzeranno. Io ho apprezzato.
  • Smashing Pumpkins – “Oceania”. Glissiamo sull’ennesimo tentativo di Mr. Corgan di ritornare ai fasti del passato, che dite?

Il Critico Integralista

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5 risposte a “Il Critico Integralista: gennaio-giugno 2012

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