Appunti di Live: Verdena & Flaming Lips

11 luglio 2012. GruVillage, Grugliasco (To).

Smoke Weed” recita il pallone in lattice, roteando morbido sulle teste dei più previdenti consumatori di musica psichedelica. Ore venti, stappo la Ceres in attesa che gli irrigatori delle aiuole intorno all’ingresso ci rinfreschino, impazzendo. Quanti concerti di cui ho perso l’inizio. Qui si attende fin oltre le 22 e niente acqua ai pazienti accalorati.
Per entrambe le band una scaletta che non arretra troppo oltre gli ultimi due dischi. I Verdena timidi e scavati fanno luccicare i pianoforti riverberosi. Alta fedeltà, poca improvvisazione, drum impeccabili. Sfilano con fretta tutti i brani a media intensità dell’ultimo lavoro, WOW. Ballate e dream pop a profusione: “Castelli per Aria”, “Badea Blues”, “Miglioramento”. Scuotono al solito, come incidenti stradali, “Don Callisto”, “Il Caos Strisciante” e la chiusura liquida, seccata sul retro del francobollo “Sotto Prescrizione del Dott. Huxley”, tratti da Requiem.
Mezz’ora per cambio palco e line-check. Operose figure slanciate a cavallo tra Frank Zappa e una sorta di fratelli Heroin-Hanson, convertono allo smalto bianco amplificatori, casse spia, aste. Inquietudine. Quattro cannoni arcobaleno minacciano la folla. Prende posto alla batteria Randy Hickey, seguito da Wayne Coyne, frontman leonino: tutti per loro, tutti per lui. Serpeggiano i sobbalzi della gente al minimo cenno d’esuberanza dal palco: “cazzo si sta accendendo una siga, che pazzo!”. Immaginate un supertelegattone, demenziale e carismatico nell’eccezione meno seriosa nella quale il termine potrebbe esistere. Wayne Coyne; voce, detonatori, chitarra e presa bene.
Esplode il carnevale, gli affumicatori sono farciti di coriandoli neanche piovessero i resti deflagrati di una cartiera. Almeno venti barely legal teens scalze si sbracciano ai lati del palco. Alieni giganti, miraggi e stravaganze. “The Yeah Yeah Yeah Song” satura tutte le alte frequenze ancora disponibili, poi, improvvisamente, un breve cessate il fuoco. Strada spianata dai frastuoni sintetici dell’appena uscito The Flaming Lips and Heady Fwends, mediocre raccoltone di featuring: Nick Cave, Chris Martin, Erykah Badu and more. E quasi sembra che l’indecenza della collaborazione sia un parametro direttamente proporzionale alla visibilità dei colleghi musicisti. Assente l’interpretazione di tutti i brani con una vocale esterna ai Flaming Lips. “That Ain’t My Trip”, “Ashes in the Air”, l’aria cola LFO. Potente la sessione ritmica, talvolta rafforzata da percussioni analogiche e kicks midi, qualche fastidiosa dissonanza dovuta all’incerto utilizzo di un iPhone come controller da parte di Steven Drozd, voti migliori al talk box. Il basso ti atterra: con i fuzz a tone ore 2 e con un volume indecente, sbatte in accordo e disaccordo con la cassa.
Della band non stupisce la tecnica quanto la cura dei suoni, l’abilità di un gruppo nel rendere interessante al tatto una matassa di cardi spinosi e fil di ferro luccicante. Intanto l’ipnosi vortica, fiorisce il cielo di palloni giganti scagliati a gran forza dai surfer-roadie. All’interno di uno di questi palloni, troviamo il fochino-cantante Wayne, che sembra divertirsi un mondo a rotolarci sulle mani (epic win!): “I’m working at NASA on acid”.
Non sorprende affatto una risposta del pubblico così viva. I Flaming Lips rendono esattamente ciò che promettono; un ben allestito putiferio sognante che impregna i cinque sensi di input lisergici. Questo è il nuovo zen, l’ultima filosofia del tutti e tutto, dove alla fine del tunnel non ci trovi l’illuminazione, ma solo altro LSD.

“Do you realize??”

Ellis Anthon

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