Appunti di Live: Keith Jarrett Trio

25 luglio 2012. Auditorium Agnelli, Torino.

Un concerto che ho atteso per tanto, tantissimo tempo. L’ho cercato, immaginato a più riprese e fortemente voluto. Finalmente, neanche 2 settimane fa, sono riuscito a coronare questo mio piccolo desiderio e a vedere il Trio suonare dal vivo.
Qui i protagonisti sono tutti di primissimo piano. Keith Jarrett, pianista di raro talento e ancor più rara sensibilità. Un’artista che ha suonato con i migliori, da Miles Davis a Charlie Haden, passando per Art Blakey. Uno che incide per la sacra ECM. L’autore di uno di quei dischi che gli appassionati si vantano di conoscere a memoria (ovviamente stiamo parlando di The Köln Concert). Una vera leggenda del jazz. Al suo fianco Gary Peacock, contrabbassista illuminato, sempre presente nei momenti in cui il jazz saltava in avanti di una decina d’anni; prima assieme a Bill Evans, poi con Don Cherry e tanti altri. Vera figura di riferimento per lo strumento e autentico monumento del genere. E poi Jack DeJohnette, batterista ispirato, inventore di un drumming “alternativo” che esplora tutti i timbri delle percussioni (come dice sempre un mio amico: “suona una marea di piatti per essere un batterista jazz”). Un artista che, come Jarrett, ha partecipato alla registrazione dell’immortale Bitches Brew di Davis. Un pioniere della fusion (ascoltare Gateway) e un innovatore del genere.
Poter vedere -e ascoltare- questi tre mostri sacri e quello che è universalmente riconosciuto come il miglior trio jazz vivente (un po’ il figlio putativo del leggendario Bill Evans Trio e degli ensemble di Ahmad Jamal), ha fatto passare in secondo piano anche quei piccoli compromessi -molti dei quali attesi- che la serata mi ha messo davanti.

Le idiosincrasie di Keith le conosciamo un po’ tutti e il capriccio gli si addice sia come stile compositivo che a proposito del carattere imprevedibile. Il suddetto mammasantissima ha l’abitudine di esibirsi in numeri da rockstar in sindrome psm, sommergendo gli organizzatori di richieste impossibili (in questa occasione Keith ha ridotto i rapporti con Torino all’osso, decidendo di pernottare fuori città e cenando nei camerini dell’Auditorium). In sala, poi, pretende il silenzio assoluto; per un colpo di tosse o un applauso fuori posto ci mette poco a prendere e andarsene. Può anche arrivare a insultare pesantemente il pubblico che lo fotografa, come all’Umbria Jazz 2007. Se fossimo in una serie tv potremmo descriverlo come il più sociopatico dei dr. House; un personaggio che farebbe letteralmente impazzire il pubblico. Sfortunatamente sono persone con cui capita di avere rapporti anche nella vita vera e, in frangenti del genere, l’intrigante stravaganza viene decisamente mitigata da un carattere tanto bizzarro quanto volubile.
Niente paura, se si è fortunati poi gli passa e parte a suonare il piano come un dio. Vi tocca portate pazienza; dopotutto c’è chi può.

In questo caso specifico la serata fila via liscia… oddio liscia; Keith dà le spalle al pubblico come consuetudine e molti se ne lamentano. Controlla più volte l’orologio, come consuetudine, e molti brontolano, rimproverandogli supponenza. Fa durare l’esibizione un’oretta più i due bis (per un totale di un’ora e un quarto e 10 brani), come accade molte volte con il Trio -e come capita ormai sovente ai concerti jazz- e in questo caso il pubblico se la lega al dito, aspettandosi una durata che forse non è più nelle corde di un gruppo che è vicino, o ha superato, i settanta. Poi, se vogliamo fare i pignoli c’è la pecca del suono: dalle prime file si levano cori di disappunto (ovviamente a concerto finito; Keith non l’avrebbe mai permesso) per una batteria che copre gli altri strumenti. Per chi sta nella metà bassa della platea o, meglio ancora, in galleria il sound è invece perfetto -io posso confermare e anzi invito tutti a comprare biglietti in galleria quando si assiste ad un concerto all’Auditorium-, senza contare il vistoso risparmio sul prezzo del biglietto (e su questo concordo con chi si lamentava, un costo decisamente troppo alto, pur se davanti si esibivano le leggende… pensiamo poi che un Kenny Barron molte volte ce lo svendono per 10/15 euro e facciamo le dovute proporzioni). In più, voi lo sapete, a me il jazz piace ascoltarlo in locali più intimi e “sporchi”, tipo bar noir bazzicati da personaggi alla Bogart.

Ora che abbiamo sbrigato la faccenda critiche (i nostri lettori più esigenti saranno soddisfatti) possiamo passare agli aspetti più piacevoli del concerto, ovvero Keith, Gary e Jack. Il Trio suona da par suo e, a mio modesto parere, è una performance di ottimo livello. L’intesa è telepatica (beh, dopo 29 anni) e la fusione tra gli strumenti divina (settaggio della batteria a parte). Anche la selezione dei pezzi è azzeccata, con la perla di “When I Fall in Love” nel finale, in cui un Keith decisamente più a suo agio dà il meglio di sé; forse è la compostezza sabauda del pubblico che riesce a rilassarlo. Molto emozionante anche “Straight No Chaser” (perdonatemi ho fatto fatica a riconoscere gli altri brani). Keith è il fulcro di tutto e, pur lasciandosi andare in poche improvvisazioni, riesce a tirare fuori il meglio dal suo Steinway. Non ho visto altri concerti di Jarrett & Co. per paragonare questa ad altre esibizioni, quindi quando qualcuno mi dice che in altre occasioni i musicisti sono stati più creativi, intraprendenti o coinvolgenti io non posso controbattere. So però quello che ho ascoltato e si è trattato di un concerto di alto livello: emozionante, coinvolgente e (per me) appagante. Avrebbero potuto fare di più? Sicuramente sì. Hanno fatto davvero così poco? Non mi pare.

E sì, il carattere sarà quel che sarà, ma quando parte a suonare…

Rockabilly Joe

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3 risposte a “Appunti di Live: Keith Jarrett Trio

  1. Eh già, grande invidia… Meno male che c’eri anche tu, Joe, sempre presente e in prima linea quando si parla di Musica… E complimenti per il Report!
    Alla prossima occasione non sarai solo!!

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