Block notes: uno studio sulla musica pop

La difficile sfida dell’esordiente rubrica “Block notes” continua, cercando di segnalarvi il meglio del giornalismo musicale rintracciabile sul web. Questa volta la scelta è caduta su di un articolo apparso su Wired.it e scritto da Simone Cosimi. L’articolo in questione torna a parlare dell’annoso problema che attanaglia la musica pop contemporanea, percepita dagli ascoltatori più attenti e dai musicologi come tutta uguale e sempre più rumorosa:

«Musica, se il pop di oggi è sempre più stupido e chiassoso»

Un’imponente ricerca spagnola sugli ultimi 55 anni di canzoni popolari conferma scientificamente le lagne dei nostalgici: i brani hanno perso complessità e varietà. Spingendo verso la radio e alzando il volume al massimo.

Un’evoluzione prevedibile e scontata. Come se non bastasse, rumorosa. E più semplice –diciamo anche banale– di quanto sia mai stata da quando è nata. Di cosa parliamo? Della musica popolare, linfa vitale delle nostre giornate, da casa al Web alla macchina. A dirlo è un curioso studio del Consiglio superiore dei ricerche scientifiche spagnolo che non ha davvero lesinato su numeri e dimensioni: sotto inchiesta, infatti, sono finite ben 464.411 canzoni di musica pop composte e pubblicate fra il 1955 e il 2010. Ma si può analizzare la creatività espressa in oltre mezzo secolo di spartiti, dischi e concerti? Sì, soprattutto se –come quella musicale– dispone di una serie di parametri (complessità armonica, differenza timbrica e intensità del suono) nei quali scavare senza pietà. Grazie a una serie di complessi algoritmi messi a punto per l’occasione.
Spazziamo subito il campo dai dubbi, per chi, beato lui, dovesse averne: negli ultimi cinquant’anni, o sarebbe meglio dire nelle prime cinque decadi di vita, la musica pop è cresciuta più insipida che mai. E la causa è fondamentalmente una: sempre meno diversità di accordi. Nonostante tutti i limiti armonici, la musica popolare degli scorsi decenni era nella sostanza decisamente più coraggiosa. O almeno più variegata. Le tonalità erano più ricche e i brani, di conseguenza, più colorati, elemento del tutto perso negli ultimi anni. Le linee melodiche, a loro volta, più raffinate nel passaggio fra un accordo e l’altro, si sono via via banalizzate. E la spasmodica ricerca della hit radio-friendly ha condannato all’estinzione quello che era il dato forte del pop: pur in un’orecchiabilità diffusa, la sperimentazione di nuove direzioni. Basti pensare, per l’Italia, a Lucio Battisti. E confrontarlo con i dozzinali (non tutti, sia chiaro, si parla per grandi numeri) prodotti contemporanei.

Insomma: la diffusa lagna che gli esperti di musica, o anche quelli dotati di buon orecchio, rispolverano periodicamente per controbattere alle facili esaltazioni dei fan più acritici, è confermata. E, anzi, approfondita in peggio dalla ricerca iberica. Basti pensare, tanto per fare un confronto come se ne potrebbero mettere in piedi a migliaia, a due pezzi che alcuni commentatori hanno recuperato per esporre la questione: la superhit del momento firmata dalla teen-idol canadese Carly Rae Jepsen, Call Me Maybe, costruita su quattro semplici accordi alternati per blocchi rigidi e la celeberrima Unchained Melody di Alex North, uscita nel 1955, che, anche con una linea armonica relativamente semplice (sei o sette accordi a seconda della versione), tesse una trama più raffinata nella dolce transizione fra l’uno e l’altro grazie a una sottile orchestrazione. Ma si potrebbe anche scegliere un secondo termine di paragone più recente: l’impietoso contrasto non muterebbe di una semiminima.
In conclusione, pur non sorprendendo gli ascoltatori più esperti sulla banalizzazione e omogeneizzazione del pop, lo studio spagnolo rappresenta la prima prova scientifica del fenomeno, basata su una mole considerevole di dati. Più i produttori e i presunti guru del marketing musicale si sono messi ad azzannarsi per catturare l’attenzione radiofonica degli ascoltatori (e, oggi, degli utenti di web e smartphone), più hanno progressivamente strozzato con le loro mani la bellezza del suono, spingendo sul fracasso al prezzo della qualità e della ricchezza dinamica del pop. Amen.

Simone Cosimi

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4 risposte a “Block notes: uno studio sulla musica pop

    • Certo, forse l’articolo sui compositori celebri, giudicati da un’ottusa commissione di Conservatorio, era più divertente, ma questo pezzo sulla musica pop ci sembrava comunque competente e intrigante; perfetto per la nostra nuova rubrica.

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