John Cage: filosofia e musica

È diventato noto al grande pubblico nel 1952 con l’opera 4’33” (brano muto in cui erano il silenzio e il rumore di fondo a diventare i protagonisti), ma ascoltando le sue composizioni, e più in generale la sua musica, scopriamo che c’è molto di più nei lavori di John Cage che le sole idee e la mera speculazione intellettuale fine a se stessa.

Per qualche motivo poco chiaro, quando si parla di John Cage c’è sempre chi sostiene che non sia la musica in senso stretto il tratto più importante di questo artista, ma che lo siano, invece, le sue idee e la sua poetica. Certo, è facile essere sedotti dal lato intellettuale del suo lavoro, quando (non) ascoltiamo un “brano” come 4’33”, o osserviamo uno dei suoi Graphic Scores. Il concettuale (in senso strettamente artistico) è importante, anzi, inscindibile in una personalità sfaccettata ed eclettica come quella di Cage, e nessuno cerca di negarlo, ma senza la musica, quella vera, senza qualcuno che la suoni e qualcun altro che la voglia ascoltare, difficilmente si riuscirebbe a diventare un compositore così influente e rispettato, apprezzato perfino dall’icona del folk Woody Guthrie.

La sua ricerca di un modo per influenzare il meno possibile le composizioni con il proprio ego (portata all’estremo in un’opera come “Music of Changes”) si scontrò con ciò che implicava l’atto stesso del creare. Alla fine, in maniera quasi contraddittoria, possiamo notare come la musica di Cage sia una di quelle che necessità di più rigore per poter essere eseguita; la disciplina richiesta per suonare i sottili cambiamenti di registro di molti suoi lavori non si riduce solo a seguire un metronomo o a suonare la propria manciata di note nel momento esatto, qui bisogna lasciare da parte la propria identità individuale e sottomettersi a una interazione musicale tra sé e gli altri musicisti. È qualcosa che viene richiesto a tutti gli artisti e a tutti i livelli, ma in Cage questo aspetto è amplificato a causa dell’iniziale libertà strutturale che il compositore ha dato alla sua opera. John Cage, “un lupo travestito da pecora” secondo la brillante definizione che ne diede il collega e collaboratore Michael Finnissy; perché questo paladino della libertà espressiva, dietro all’apparente stravaganza, nascondeva l’animo di un compositore rigoroso.

Ma fin dove si spinge, oggi, l’eredita di John Cage? Semplicemente non lo si può ignorare. Non importa quello che si pensa delle sue opere o quale stile musicale ci sia più congeniale; Cage ha raggiunto lo status di gigante della musica, anzi di vera e propria figura storica. La sua filosofia del “tutto è musica” ha ispirato centinaia di musicisti e la sua importanza musicale lo ha posto sul piano di gente come Stravinsky e Arnold Schöenberg. Quello stesso Schöenberg che gli fu maestro e che lo descrisse non come un semplice compositore di musica di avanguardia, ma come “un inventore di genio”.

Orfeo

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4 risposte a “John Cage: filosofia e musica

  1. Pingback: Pillole di musica #44 | La Lira di Orfeo·

  2. Piu’ che apprezzabile l’idea di parlare di un tipo di musica e di un artista molto piu’ difficile del solito. Non annoia a leggerlo e c’e’ anche qualche ottimo spunto. Xo’ io avrei scelto una canzone piu’ particolare e anche rappresentativa del suo lavoro; magari proprio una sezione di quella ‘Music of Changes’ di cui facevate riferimento.

    • Grazie. Forse hai ragione a proposito del brano, ma abbiamo scelto qualcosa di più canonico e meno sperimentale sempre per quel motivo a cui accennavi anche tu: non annoiare e permettere al fruitore medio, non appassionato di John Cage, di ascoltare tutta una sua composizione senza dare di matto 😉

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