Jazz Sketches: Jazz at Massey Hall

Correva l’anno 1953. A Toronto, Canada, un gruppo di entusiasti appassionati di musica aveva da poco deciso di fondare una società con lo scopo di promuovere la musica jazz e organizzare eventi nella loro città: la New Jazz Society of Toronto. All’inizio di gennaio alcuni membri decisero di recarsi a New York, la mecca del jazz, con lo scopo di trovare qualche buon musicista da scritturare. Si può dire che il viaggio fu proficuo. Al loro ritorno, infatti, erano riusciti ad assicurarsi i servigi di cinque tra i musicisti bebop migliori al mondo (e alcuni tra i più disastrati): Dizzy Gillespie, Max Roach, Charles Mingus, Bud Powell (che all’epoca era internato all’ospedale psichiatrico di Bellevue) e l’indomabile Charlie “Bird” Parker (32enne eroinomane che sarebbe morto appena due anni più tardi). Nel maggio di quell’anno il supergruppo -chiamato per l’occasione The Quintet- partì alla volta della metropoli canadese e, il 15, si esibì nel più grande concerto jazz della storia.

Come capita spesso l’evento non fu affatto privo di imprevisti. All’aeroporto i cinque si accorsero che non c’erano abbastanza biglietti, per cui Parker e Gillespie dovettero prendere il volo successivo. Inoltre, proprio quella sera, lo storico incontro tra i due re della boxe Rocky Marciano e Jersey Joe Walcott veniva trasmesso live da Chicago, alla tv di un bar situato proprio di fronte alla Society. La sala da concerto, che poteva contenere quasi 2.800 persone, ne ospitava solamente la metà (persino “Bird” e Dizzy si concessero una lunga pausa a metà spettacolo per vedere il match: Marciano vinse per knock-out e il trombettista ne fu contento). Anche per questa piccola mancanza di professionalità, i cinque musicisti non vennero mai pagati del tutto: un vero peccato, considerando che nessuno di loro navigava nell’oro. “Bird” si era addirittura fatto prestare per l’occasione un sax alto Gafton, di plastica, in sostituzione al suo, lasciato qualche giorno prima al banco dei pegni. Nonostante tutto (anzi, forse proprio grazie a tutto questo), il quintetto suonò in maniera impeccabile e magicamente spontanea per quasi un’ora e mezza, in una delle performance più potenti di sempre: gli assoli di batteria di Max Roach furono -come un gancio di Marciano- autentici colpi da knock-out (“Drum Conversation”, “Salt Peanuts”, “Cherokee” solo per citarne alcuni); Charlie Parker, che per ragioni di etichetta non poté usare il suo vero nome e si fece chiamare quindi Charlie Chan (cercava forse di spacciarsi per un improbabile musicista di Shangai o per l’omonimo detective letterario?!), suonò uno strumento che avrebbe messo chiunque in difficoltà, raggiungendo vette inimmaginabili e tracciando alcuni tra i migliori fraseggi della sua vita (“A Night in Tunisia” con Gillespie e non dico altro). L’imprevedibile Powell riuscì a mantenere un’intensa concentrazione per l’intero concerto (ascoltatevi “Lullaby of Birdland”) e Dizzy e la sua tromba furono di una brillantezza unica (la sua performance in “Wee” è semplicemente esplosiva). L’unico che non fu soddisfatto pienamente della serata fu Charles Mingus, che si occupò di incidere il tutto per la sua etichetta Debut: la sua esibizione al contrabbasso, insolitamente poco incisiva e poco percepibile a causa di problemi tecnici, venne infatti sovraincisa in studio e inserita già nel primo LP, perdendo ovviamente la spontaneità originaria (l’edizione 2012 della Essential Jazz Classicics, a cui facciamo riferimento, è stata invece rimasterizzata con l’esibizione originale di Mingus).

Con le note di questo concerto i cinque virtuosi scrissero un capitolo centrale nella storia del jazz; un evento che nella sua improbabile organizzazione, magro guadagno e scarsa affluenza fu tra i più straordinari e intensi del secolo.
Se volete un disco imperdibile, con questo andate senz’altro sul sicuro.

Wes

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