Ragnar Kjartansson: un vernissage tra country e Gino Paoli

Ragnar Kjartansson (classe 1976, Reykjavík) è un artista poliedrico e instancabile. Pittore, scultore, videomaker, installatore, attore, ha legato saldamente il suo nome anche al mondo della musica sia come performer che come regista (ha curato il video di “Ég Anda” dei compatrioti Sigur Rós). I suoi lavori riflettono i molteplici interessi per la performance teatrale, la musica e il medium del video, spesso abbinati a paesaggi e ambientazioni estreme (è il caso di Satan is Real del 2005). Tra le sue opere più celebri troviamo The End – Venice. In un periodo in cui l’Islanda era sul baratro del tracollo economico, Kjartansson ha dato vita a un personaggio decadente e senza futuro (interpretato dal collega e amico Páll Haukur Björnsson) che si trascina stancamente per le strade di Venezia, così da incarnare metaforicamente la situazione finanziaria del suo paese. Per tutta la durata della 53esima Biennale (parliamo di sei mesi) Kjartansson ha continuato a dipingere, come un vero artista bohémien, il ritratto del suo modello, per un totale di 144 dipinti.

Nell’ambito della rassegna It’s Not the End of the World (percorso composto da cinque diversi progetti espositivi, ideato per Artissima 2012) Kjartansson ha riproposto The End – Venice in una delle sale della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e ha impreziosito l’esposizione con un concerto, appositamente organizzato per l’evento. Sì, perché come abbiamo già detto, tra le molte incarnazioni dell’artista di Reykjavík c’è anche il Ragnar Kjartansson rockstar. L’islandese è infatti sia il cantante dei Trabant, sia il frontman di questo supergruppo islandese senza nome (su internet si può risalire ad un poco originale Ragnar Kjartansson & All-Star Band), che annovera tra i suoi musicisti membri dei Sigur Rós, dei Múm, della Blue Ice Band e degli stessi Trabant. Da un ensemble del genere ci si sarebbe aspettati il classico post-rock, velato di ambient e spruzzato di avanguardia che tira tanto sull’isola di ghiaccio. Al contrario, lo spettacolo proposto da Ragnar e soci si è rivelato di tutt’altra natura. Ci siamo infatti imbattuti in una setlist country & western permeata da quell’eleganza melodica che è prettamente europea (soprattutto british); la proposta non ha potuto fare a meno di ricordarci band quali i primissimi National, i Band of Horses o addirittura la nuova Norah Jones di Little Broken Hearts. Pezzi originali si sono alternati a cover di alto livello, come l’italianissima “Il cielo in una stanza” (accolta da un tripudio di urla) e l’inflazionata “I Will Always Love You”, accompagnata da una trascinante performance di Kjartansson.

Seppur non particolarmente innovativa nel suono, la All-Star Band è riuscita ha creare, fin dal primo brano, un filo diretto con il numeroso pubblico, coinvolgendolo appieno e offrendo a tutti i presenti la colonna sonora ideale per l’uggiosa mattinata torinese. Davvero un’efficace unione di arte e musica.

Orfeo

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3 risposte a “Ragnar Kjartansson: un vernissage tra country e Gino Paoli

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