Block notes: un pensiero su Battiato

Questa volta Lee Van der Graaf (sì, proprio il nostro insensibile sputa-sentenze preferito, autore della rubrica Cynic Corner) ha preso possesso dello spazio Block Notes. Desideroso di scrivere un pezzo su Franco Battiato, ha visto la sua pigrizia prendere il sopravvento quando, leggendo Rolling Stones Magazine, si è imbattuto in un articolo scritto da Paolo Madeddu, che il nostro condivide -praticamente- parola per parola. Quindi nella migliore tradizione “Van der Graaf” ecco un pezzo a cui potete rispondere con commenti indignati, ruffiani, entusiastici, minatori o cosmogonici.

«Fallito e Invidioso / Capire Battiato? Forse è meglio di no»

Chissà perché l’ascetica immensità del Maestro non è praticamente mai riuscita a valicare cosmicamente i confini della nostra Povera Patria. Sia quando lanciò il suo guanto di sfida agli sperimentalisti teutonici negli anni ’70 sia quando partecipò all’Eurofestival negli anni ’80, non ha avuto la fortuna che ha ottenuto in questo nostro rozzo paese pieno di parassiti senza dignità. E non solo come musicista, ma nemmeno come regista di quei tre film che, ne sono certo, i suoi accoliti rivedono ripetutamente. Come è potuto succedere? La mia personale sensazione è che il venerato venerabile si sia giovato della credibilità che il nostro popolo (“…abbocchi sempre all’amo”) attribuisce a chi dice cose strampalate delle quali appare tuttavia incrollabilmente sicuro.
È un fenomeno che di solito si osserva in politica (inutile che vi faccia esempi). Perciò non sembra nemmeno un caso che il Maestro, che 30 anni fa invitava a mandare in pensione i direttori artistici e gli addetti alla cultura, dopo aver fatto effettivamente il direttore artistico approdi ora a un incarico politico. Ma si è raccomandato: nessuno lo chiami assessore, ché ne verrebbe degradato.
Mi sono chiesto più volte se, quando un noto fanfarone brianzolo si dichiarò membro di una élite in grado di Capire Battiato (cfr. “L’assenzio”, Bluvertigo), non intendesse proprio questo: allibire noi zoticoni esaltando mistici sconosciuti e musici vicini a Dio, citando Gurdjieff (e non l’interista Djorkaeff, come riteneva un mio amico) ed evocando i riti dei dervisci – per poi concludere che niente è reale, noi non siamo mai nati eccetera, di conseguenza non c’è obiezione o critico spaccamaroni che possa veramente sfiorarlo. Battiato raramente ha lasciato altra scelta che il culto, la discepolanza, come ha intuito proprio il lucidissimo (ehm) Morgandeibluvertigo. A criticarlo davvero, ci si becca del venduto – so quel che dico. Ma anche chi lo intervista è sempre deferente e timoroso, da Fabio Volo a Marco Travaglio (e i giornalisti musicali, poi, figuriamoci). Uno dev’essere veramente fallito e invidioso per mettersi a caragnare, no?
Ora: prima che i fan del Maestro mi si rivolgano intonando “E ti vengo a cercare” (con un bastone), è bene metterle tutte, le carte in tavola. Perché io considero Battiato uno dei dieci artisti italiani realmente rilevanti di sempre, e i miei soldi per comprare i suoi dischi li ho ben spesi. Perlomeno fino alle Gommelacche, i Ferribattuti e tutti quei Fleurs appassiti. Fino a quando Manlio Sgalambro non ha preso il sopravvento nei testi, forse. Ma fino a metà anni ’90 Battiato è stato più che degno del rispetto (e delle vendite) di cui ha goduto. E per quanto l’anno scorso il panel convocato da Rolling Stone gli abbia preferito il rocker Vasco Rossi (ma nessun altro, nemmeno Battisti o De Andrè) tra i 100 dischi italiani di sempre, a mio parere La voce del padrone è l’album-totem della nostra musica. Pazienza se il Maestro stesso lo ha sprezzantemente sminuito (“fu concepito solo per andare al n.1 in classifica”, ha ripetuto più volte): nessun altro ha così mirabilmente fotografato il passaggio di un’epoca, quel “Rimettiamoci la maglia i tempi stanno per cambiare” con cui dichiarava ufficialmente che l’ultima strada percorribile dalla cultura “alta” era scendere sul piano del pop, mescolare l’alto e il basso, come si è poi iniziato a dire nei decenni successivi.
I fraseggi classici arrangiati da Giusto Pio, le batterie elettroniche, e i riff rock facili quanto affascinanti di Alberto Radius. I tormentoni sixties italiani mescolati a cartoline esotiche e gnostiche. Oh, se ha funzionato. E peraltro, questa contaminazione di cui è stato uno dei massimi responsabili fu uno dei delitti per i quali gli anni Ottanta non sono mai stati perdonati. Portare la Conoscenza fuori dai circoli, e sulle spiagge: filosofi a pavoneggiarsi da Maurizio Costanzo (piduista, piduista, piduista), Umberto Eco in cima ai best-seller, Milan Kundera citato (da Roberto D’Agostino) in un programma comico, nonché – per l’appunto – gesuiti euclidei nei ritornelli.
Curiosamente, in tempi recenti, sia Nicky Vendola sia Stefano Bollani hanno accostato gli inaccostabili Battiato e Kundera, lo spirituale e il nichilista: il primo ha suggerito L’insostenibile leggerezza dell’essere per capire le difficoltà del presente, e l’ascolto de La cura per uscirne. Il secondo li ha invece uniti in un’impossibile parodia del Maestro siciliano.
Vale la pena, però, di segnalare un’altra parodia, ancora più vecchia e a mio modestissimo parere più riuscita, quella di Fiorello (1993).
I cori, il latino, la ricerca del vero, i secoli e i millenni, e le banalità declamate con la solenne voce monacale: “Imparate a nuotare se volete stare a galla”. Sinceramente, mi pare che Apriti sesamo, attualmente al n.1 in Italia, sia molto vicina a questa parodia. Nuove immagini improbabili, nuovi esoterismi da baraccone, magari con la sottolineatura del cambio linguistico (“We never die, we were never borne!”, “Ciò che deve accadere accadrà, perché è già accaduto!”), immancabili lamenti (“Siamo detriti, relitti umani, trascinati da un fiume in pieeena…”), strofe che non verrebbero mai perdonate a Biagio Antonacci (“Peccato che io non sappia volare, ma le oscure cadute nel buio mi hanno insegnato a risalire”), meditazioni da tram (“La notte non mi piace tanto, l’oscurità è ostile a chi ama la luce. Si accavallano i giorni, ci sovrastano. Le cattive notizie, in questi tempi di forti tentazioni, ci sommergono”), favole prive di meraviglia, come la storia di Alì Babà narrata con una piattezza tale da far rimpiangere le Fiabe Sonore dei Fratelli Fabbri. Ma soprattutto, vecchissimi arpeggi, soluzioni sonore mai così prevedibili, come se intenzionalmente scimmiottasse i battiatismi.
No, qualcosa si è incrinato, l’incantatore fatica a incantare – non ne avrà più voglia? Sarà stanco? L’energia per promuovere il disco e andare in tour ce l’ha. Forse in realtà il Maestro sconta l’aver scelto per sé un profilo troppo “alto”, per poter ancora capire cosa succede dabbasso (vedi anche la recente Inneres auge, oppure, musicalmente, l’entusiasmo per le punkine sarde MAB). Mi spiace dirlo, ma una volta aperto il sesamo, dentro non c’è alcun tesoro. E pur sapendo che la cosa non mi procurerà amicizie, è mio istinto di patriota affermare che la musica contemporanea di Battiato e Sgalambro mi butta giù.

Paolo Madeddu

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3 risposte a “Block notes: un pensiero su Battiato

  1. Quoto il nostro blogger: battiato ERA grande. Parlo da fan; una volta ascoltavi i suoi lavori e diventavi automaticamente fan del maestro. Ora, chi si avvicina ai suoi nuovi dischi, può apprezzare qualche canzone, ma non riuscirà mai a comprendere la sua importanza e difficilmente diventerà un suo fan

    • Intanto premettiamo che ognuno può avere le sue opinioni su chiunque. Poi la mitizzazione di un personaggio (quella che ti fodera gli occhi e non ti fa analizzare bene i suoi ultimi lavori) noi la rifuggiamo come la peste.
      Ci sentiamo di concordare su molto di quello che c’è qui: Battiato è stato grande, è un tesoro nazionale per quello che ha fatto (al passato), alcuni suoi album sono ormai leggenda, ma nessuno può mettere in dubbio che ci sia stata una parabola discendente dai vari “Fleurs” in poi (con qualche piccola eccezione isolata).
      Orfeo

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