Nuovi Suoni: The Rock Alchemist – “Eyes of Mind”

Quintetto torinese formatosi nel 2009, i Rock Alchemist sono una di quelle band che hanno letteralmente fatto la gavetta. I componenti hanno un curriculum lungo quanto il Mississipi; tecnicamente capaci, hanno suonato in numerose tribute band -e non solo- del torinese e proprio grazie a questo il background musicale risulta piacevolmente diversificato. Si va dalla passione per i Led Zeppelin del cantante Aldo Garrone, alle tastiere ’80s di Davide Grandieri. Dall’amore per il blues rock dell’insegnante di chitarra e session man Beppe Geracitano, al funk del bassita Raoul Ronco, fino ad arrivare all’eclettismo del batterista Max Gordiani. La nascita del gruppo è fatta risalire al live come supporting act a Jeff Scott Soto (il vocalist di Yngwie Malmsteen per intenderci). Dopo il promettente concerto la band decide di chiudersi subito in studio; ne uscirà con il disco del debutto: Eyes of Mind.

Di certo quello che abbiamo tra le mani non suona come un debutto. Qui c’è rock duro e puro… hard rock con sprazzi di metal e progressive se vogliamo proprio fare i sofisti, come in “Live or Die” o in “Broken Glass”. Sì, perché i Rock Alchemist cercano di fare loro tutte le sfaccettature del rock; impresa titanica che però la band riesce a portare a termine egregiamente proprio grazie a quel background diversificato di cui parlavamo. Qualche brano più lento (come la power ballad “Guardian Angel”, puro AOR) spezza intelligentemente il sound del disco e ci fa tornare alla memoria gli album sapientemente miscelati di quelle band di fine ’80 inizio ’90, tipo i Mr. Big. Un paio di strumentali (“The Pantheon”, “Prelude”) rifiniscono il tutto, mettendo ancor più in risalto le doti tecniche dei componenti. Ma è certamente la title track, “Eyes of Mind”, ha riassumere perfettamente l’estetica dei torinesi; echi di Dream Theater/Queensrÿche, riffoni metal spigolosi, voce che a tratti ricorda Geddy Lee e semplicità che diventa cifra stilistica trascinante. E poi c’è il cantato in inglese, che riesce a dare una forma ancora più precisa alla band… diciamolo, nessuno di noi potrebbe immaginare un disco come questo cantato in italiano. Piccola curiosità: in “Shakespeare In Rock” la band ha deciso di utilizzare alcuni versi del Bardo di Avon per comporre il testo.

È facile scivolare in sterili virtuosismi, quando si crea un lavoro di questo genere, bravi invece i torinesi a non cadere nell’errore e di dare prima di tutto anima e spessore alla loro creatura, che si anima ancora di più grazie all’impeccabile mastering. Equilibrio, è questo il termine migliore per distinguere questo lavoro. Equilibrio compositivo, equilibrio tra i suoni e gli strumenti, equilibrio tra gli stili proposti (pure troppi!). Forse non avrete fra le mani il disco che vi aprirà nuovi orizzonti musicali, ma se siete appassionati del rock a tinte prog, allora Eyes of Mind è l’album che fa per voi.

Eddie Rod

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