Underground Music History: The Monks

The+MonksComposti da cinque soldati americani di stanza a Francoforte, che molto probabilmente tentavano di ingannare il tempo tra una birra e l’altra, i Monks (inizialmente conosciuti come The 5 Torquays) si formano nel 1964. Nel suo primo anno di vita la band, sballottata tra un locale di serie B tedesco e l’altro, suona gli standard beat, che tanto vanno di moda in quel periodo, le cover di Chuck Berry, ma soprattutto, come ci dice Gary Burger (chitarra e voce del gruppo): “sperimentavamo tutto il tempo”.

L’anno seguente è l’apice della carriera degli ora ribattezzati Monks. Il cambio di nome va di pari passo con un restyling completo del look: la band incomincia a suonare indossando il saio tipico dei monaci (Monks, capito?) e si fanno rasare la sommità della testa (la chierica per intenderci). Soprattutto, il ’65 è l’anno d’uscita di Black Monk Time, album assolutamente fondamentale per quel panorama garage che aprirà poi la strada al punk del decennio successivo. E allora eccoci al punto… stiamo parlando di una di quelle band troppo cerebrali e sperimentali per il periodo? Probabilmente sì. I loro testi sono commentari socio-politici (chiaro esempio ne è l’anti-militarista “Complication”) e il loro sound primitivo, pur se ancora palesemente rock ‘n’ roll (non fatevi spaventare dall’aggettivo ‘primitivo’ o ‘sperimentale’). Moderni nell’uso dei feedback, innovatori nell’incorporare il suono di un banjo elettrico effettato, lungimiranti nell’appropriarsi del suono delle percussioni tribali: pazzesco pensare che i Monks osassero questi suoni, mentre nello stesso periodo i Beatles dettavano ancora legge con canzoni decisamente più pop e di gran lunga meno ardite.

Ma l’avanguardia e la sperimentazione rischi di pagarle. Black Monk Time avrà un seguito pazzesco, ma solo a livello underground e la band diventerà un culto di nicchia. In più, da un punto di vista commerciale, il disco farà flop. Tutto questo porterà il gruppo a sciogliersi nel ’67. Oggi ci troviamo ancora in un clima di piena riscoperta Monks, ma si inizia finalmente a conoscere e a pagare il giusto tributo a questo album seminale: ormai rimasterizzato più e più volte ha attirato le attenzione degli esperti del settore. Non guasta poi che il gruppo sia spesso citato come una delle maggiori influenze da artisti del calibro di Jon Spencer, Jello Biafra (Dead Kennedys) e Jack White e che il factotum musicale Julian Cope annoveri i nostri monaci tra i precursori, nientepopodimenoche, del krautrock tedesco, nel suo libro “Krautrocksampler”.

I Monks sono una band ingiustamente dimenticata. Forse ad un primo ascolto potranno sembrarvi poco innovativi (soprattutto se ascoltati con il nostro orecchio ormai saturo di suoni), ma se contestualizzati agli anni in cui infiammavano le balere tedesche ecco che svelano la carica dirompente e innovatrice del loro rock ‘n’ roll primigenio.

Paolo Maugerio

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