Il Dr. Musikstein consiglia: The Philadelphia Experiment

“The Philadelphia Experiment”, 2001.

Philadelphia ExperimentLo so, ci si aspetterebbe che fosse il nostro fido collaboratore Wes a curare un post che parla di jazz -pur in una delle sue versioni più contaminate-. Il vecchio Wes, però, non ha questa passione così sviluppata per la fusion, per cui tocca al qui presente Dottor Musikstein colmare la lacuna. Niente di meglio, quindi, che proporre ai nostri lettori l’ascolto di un disco come l’omonimo del progetto The Philadelphia Experiment. Come si evince dal nome di band e album, qui c’entra qualcosa la città dell’Amore Fraterno. Niente sforzi, Sherlock, l’idea era semplicemente quella di mettere insieme tre dei migliori musicisti dell’area di Philadelphia, senza distinzione di backgorund, generi e formazione. Ecco quindi il batterista, dj, produttore e millealtrecose Ahmir “Questlove” Thompson (from The Roots), il pianista d’avanguardia Uri Caine (qui anche al Fender Rhodes e all’organo Hammond) e il contrabbasista jazz Chirstian McBride, unire le forze per un disco in cui tutte le loro influenze confluiscono e si amalgamano perfettamente in una fusion venata di funk.

Diciamolo, il povero Questlove è ingiustamente conosciuto più per il suo immenso afro che per le sue doti musicali. Beh, dopo aver ascoltato queste 11 tracce non avrete più dubbi: i suoi groove, presi di peso dall’hip hop, sono semplicemente irresistibili; la base perfetta su cui far decollare le virtuose evoluzioni dei suoi due compagni, un collante imprescindibile. Caine, di contro, lascia da parte la sua vena più classica e si cala perfettamente nella parte, creando paesaggi di puro soul, ma qui è il basso di McBride a dominare (ascoltare “Ain’t It The Truth”, please). Se proprio vogliamo sbilanciarci e gettare il sasso, nascondendo poi educatamente la mano, potremmo dire che è l’Herbie Hancock di metà ’70 la figura di riferimento a cui guarda il trio. Ovviamente i paragoni, anche più recenti, non mancano e il trio Medeski Martin & Wood salta subito in mente ascoltando, soprattutto, la prima metà del disco (che non per niente è pubblicato dalla Ropeadope Records, etichetta di John Medeski). Ma non di solo soul vivono i Philadelphia Experiment e, oltre ai brani originali, troviamo cover di alto lignaggio come l’irresistibile “Call For All Demons” di Sun Ra (qui il linguaggio è ancora quello del funk), gli omaggi a Grover Washington Jr. (l’arrangiamento in chiave basso solo di “Just the Two of Us” è semplicemente perfetta) e a Sir Elton John, anche se “Philadelphia Freedom” sembra non essere il terreno su cui il trio si trova più a suo agio. Dove serve, è poi l’ospite Pat Martino accompagnato dalla sua fida chitarra ad arricchire le tracce. Stessa cosa fanno Jon Swana e Larry Gold, rispettivamente alla tromba e al violoncello (ah, ovviamente i tre sono tutti Phillies).

Forse ci siamo dilungati più del necessario; l’analisi di questo album potrebbe ridursi ad un “tre ottimi talenti che si divertono a suonare insieme e che portano esperienza e sensibilità nelle tracce proposte”, ma basterebbe già questo a farmi amare i Philadelphia Experiment.

Dr. Musikstein

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