Il Critico Integralista: luglio-dicembre 2012

Critico IntegralistaSì, è vero, non scrivevo su questo blog da un po’ (molto) di tempo, ma che volete?, i tizi de “La Lira” si sentono minacciati dalla mia maestosa personalità, dal mio sgorgante sapere e dai miei addominali scolpiti. Diciamocelo, sono un po’ il Federer delle recensioni musicali. Il Jordan della critica militante. In ogni caso io e i ragazzi abbiamo raggiunto l’accordo di continuare con questa rubrica (bah, se vogliamo chiamarla così) che avevo iniziato lo scorso giugno… in cambio, io ho liberato i criceti da compagnia di questi poveri mentecatti. Quindi eccomi di nuovo qui, pronto a elargire i miei preziosi consigli musicali, colmi di saggezza, sui dischi più attesi e chiaccherati, usciti in questa seconda metà di 2012. Tanto finché tengo sotto tiro il direttore (mi pare si chiami Morfeo, o qualcosa del genere), qui continueranno a pubblicare qualsiasi mio obbrobrio.

  • Animal Collective – “Centipede Hz”. Diamo il via alle danze con gli Animal Collective, la band preferita da tutti gli hipster italiani… già, qui da noi quasi nessuno li conosce, seppur si tratti di gruppo piuttosto famoso oltreoceano. Sempre eccentrici, caotici e sperimentali in questo Centipede Hz hanno però perso un po’ di freschezza. L’album sembra difettare di qualcosa, anche se è difficile capire di cosa. Però qui io sto facendo il pignolo; da questo caos ordinato forse non esce niente di memorabile, ma è proprio il caos in sé che rende gli Animal Collective così interessanti.
  • Bloc Party – “Four”. Diciamo che ne parlo solo per l’hype che aveva intorno… ecco solo quello va’. Non c’è proprio nulla dentro questo album, giusto qualche canzone mediocre che avrebbe potuto tirar fuori una band qualsiasi al suo debutto. I brani più ruvidi e veloci possono anche andare, ma le canzoni più lente sono semplicemente imbarazzanti. Il tentativo di tornare ad un “suono chitarristico più grezzo e urgente” non ha pagato molto e neanche l’uscita del frontman Kele Okereke di paragonare il nuovo materiale a quello dei Nirvana (?!).
  • Crystal Castel – “Crystal Castel III”. Niente 8-bit?! Niente 8-bit?!?! Vabbé, è abbastanza figo lo stesso.
  • David Byrne & St. Vincent – “Love This Giant”. David è sempre David, il Maestro (sì, anche io lo adoro). Se poi gli metti a fianco una tipetta tutto pepe come St. Vincent sai già che quello che andrai ad ascoltare sarà qualcosa di bizzarro… di genialmente bizzarro. Forse alla lunga smarona un po’, ma insomma, io non sento un album degno, per intero, da almeno 5 anni, quindi voi potete anche farmi il favore di dargli un ascolto, tenere da parte tutti quei fantastici pezzi art funk e gettare tutto il resto nel cestino.
  • Deftones – “Koi No Yokan”. Quando ho scoperto che i Deftones avrebbero pubblicato un nuovo album non sono riuscito a trattenermi e mi è scappata una lacrima (spero sappiate tutti delle vicissitudini legate al bassista Chi Cheng). In più il disco è semplicemente perfetto; nel senso che c’è tutto quello che si può chiedere ai (e ci si aspetta dai) Deftones e anche qualcosina in più.
  • Flying Lotus – “Until The Quiet Comes”. Lo so, non vi aspettavate una recensione del genere fatta da uno come me. Beh, partite dal presupposto di non capire ‘na sega e poi proseguiamo. Flying Lotus trascende i generi; è un idolo incontrastato. Le ragazze lo desiderano e i ragazzi vorrebbero essere come lui… dannazione è il nipote di John Coltrane! Until The Quiet Comes è un disco più downtempo del suo predecessore (Cosmogramma) e anche molto più frammentario, ma fidatevi, è un capolavoro. Jazz elettronico, basso-centrico, complesso eppure fruibile, elegantissimo e vaporoso. L’impressione di non-finito di alcune tracce rende poi il tutto ancora più misticheggiante. Vi consiglio caldamente la versione in vinile.
  • The Gaslight Anthem – “Handwritten”. Quando avevano pubblicato il primo lavoro avevo snobbato bellamente questo gruppo, bollandolo come già sentito. Non ritratto, ci mancherebbe, però Handwritten mi sembra un album completo e ben equilibrato. Uno di quegli album che valgono la pena di essere ascoltati perché ci si potrebbe davvero infatuare della band. Magari poi la cotta finisce dopo un paio di mesi, oppure ti porta ad una relazione più duratura. In entrambi i casi, merita il tempo che gli si dedica.
  • Grizzly Bear – “Shields”. Voi continuate ad ascoltarvi i vostri Coldplay e i vostri One Direction. Io mi perdo nella psichedelia-delicata-mista-folk e in quel pizzico di radical chic che ormai (fatevene una ragione) fa figo da paura… e mi sento pure appagato. Nell’ambito indie (mi ripeto, ma che genere è?!) è forse l’album migliore del 2012.
  • Mumford & Sons – “Babel”. Tutta questa attesa nei loro confronti, ragazzine urlanti e hipster entusiasti che aspettavano trepidanti e poi… beh, dopo questo lavoro al limite del dozzinale posso dirlo: i Mumford & Sons sono scoppiati. Massì, qualcosa di buono lo avranno anche fatto (parliamo di qualche traccia del primo disco), ma quando in giro ci sono band come The Avett Brothers o Two Gallants (volutamente cito band dello stesso stile) il paragone non può reggere. A fronte di questo Babel, la band si è rivelata per quello che è: mediocre.
  • Muse – “The 2nd Law”. I Muse mica li capisco più, sapete? Da dopo Black Holes And Revelations non li capisco proprio più. Dove vogliono andare a parare? Qual è il filo conduttore della loro musica? Sarò io che sono troppo sofisticato? Finisce che anche in questo disco quei 2 o 3 pezzi discreti ci sono, ma non è più il suono duro e ca**uto che piace a me. Beccatevi i vostri Queen del nuovo millennio.
  • Swans – “The Seer”. Si tratta, semplicemente, del ritorno dell’anno. Niente orecchie delicate per questo disco, che è l’espressione in musica della genialità. Oh, giusto per essere chiari fino all’eccesso; non è un ascolto facile.
  • Tame Impala – “Lonerism”. Colorato come un caleidoscopio, denso come colla vinilica, lisergico come me durante una domeniche pomeriggio. Un po’ di psichedelia lennoniana (o barrettiana, fate voi), con chiari riferimenti a “Tomorrow Never Knows”, qualche synth in più, due gocce di glam. Condite il tutto con qualche bel riffone à la Led Zeppelin. Godetevelo e poi ringraziatemi.
  • The XX – “Coexist”. Parafrasando un vecchio detto popolare, se non hai nulla di decente da pubblicare, allora non pubblicare nulla. Riuscire a scrivere un album ancora più moscio del precedente era impresa ardua, ma gli XX ci sono riusciti. I miei rispetti.

Il Critico Integralista

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Una risposta a “Il Critico Integralista: luglio-dicembre 2012

  1. Critico Integralista sopra le righe come al solito. Bello leggerti proprio per quello (pur non essendo io d’accordo con i giudizi a Bloc Party e The xx)

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