Appunti di Live: Breton

24 gennaio 2013. sPazio211, Torino.

BretonNiente da fare, i Breton non sono ancora pronti per riempire un locale di dimensioni medie, in una giornata infrasettimanale. Non è colpa loro, semplicemente il nome non è ancora abbastanza conosciuto qui da noi, almeno, non così conosciuto da riempire Spazio il giovedì sera (e questo nonostante il successo della loro esibizione allo Spaziale Festival, la scorsa estate… ma si sa, suonavano assieme a Kurt Vile quella sera). Forse dovevo aspettarmelo; per tutta la settimana ogni volta che annunciavo gongolante “ehi, giovedì vado a vedere i Breton” la risposta era un sonoro “chiii?”. Ed è un peccato da dire, ma la situazione da locale semi-deserto non ha certo aiutato la band ad entrare in clima concerto; il pubblico risicato (e poco partecipe) li ha come giustificati a dare il minimo sindacale. C’è poi da ammettere che, dal vivo, i Breton perdono molto di quello che di più interessante c’è su disco; quell’elettronica intelligente, che permea tutto il disco autoprodotto Other People’s Problems, dal vivo quasi scompare, appiattendo il suono e rendendolo dozzinale. I fantastici stop ‘n’ go, così puliti in studio, si perdono qui nell’impasto sonoro del live, così come succede parzialmente alla voce del cantante, Roman Rappak.
Ma non fossilizziamoci solo sul negativo; pur (auto)riducendosi a suonare come un’anonima indie band, il quartetto di Londra mantiene un bel tiro, sostenuto dalla combo basso-batteria. Inoltre, proprio la sezione ritmica ha offerto squisiti siparietti comici che hanno ripagato del prezzo del biglietto: i balletti da equilibrista del bassita Daniel McIlvenny (che grondava sudore sotto il suo inseparabile cappellino di lana blu molto hipster) e lo stile ‘epilettico’ tutto particolare di Adam Ainger alla batteria… un personaggio uscito da Trainspotting. Inoltre, molto interessante l’idea di proiettare, durante l’esibizione, i video prodotti dal collettivo bretonLABS (nome dato al loro side-project che si occupa della realizzazione di  remix e, soprattutto, di video): nonostante questa non sia certo un’idea originalissima, la qualità del materiale proposto è stata più che apprezzabile.
Il vero problema è che, musicalmente, mi aspettavo molto di più (forse troppo).

Rockabilly Joe

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