Echi di un tempo che fu: System of a Down

Ci sono quei gruppi che segnano un’epoca della tua vita. Che si tratti di un mese o di 5 anni, quella musica diventa ben presto molto più di una semplice colonna sonora. Quelle note arrivano a sostituirsi ai rumori, ai silenzi, alle parole stesse. Una volta chiuso quel periodo, diventa poi impossibile riascoltarne i suoni senza provare nostalgia. Un po’ come una spugna capace di assorbire, raccogliere e conservare sensazioni, ricordi ed esperienze passate, la musica ce le fa rivivere meglio di un film.

System-of-a-Down-PosterTra i gruppi capaci di suscitarmi ciò, ci sono senz’altro i System of a Down. Mi ricordo che li scoprii quasi per caso, a una festa durante i primi anni di liceo. Musica mediocre durante tutta la serata finché un mio amico prese coraggiosamente l’iniziativa dicendomi: “Oh, senti questi, sono dei folli!” e mettendo la mitica “Chop Suey”. Il gruppo americano di origine armena aveva già composto il suo primo – omonimo – lavoro ufficiale nel 1998 (ascoltatevi “Suite Pee”, “Sugar”, “Suggestions”), e il disco Toxicity doveva essere uscito da poco più di un anno (tutte fantastiche, ma si consigliano in particolare “Prison Song”, “Science”, “Aerials” e naturalmente “Toxicity”), conquistando velocemente il consenso di un vastissimo pubblico internazionale. Non fu affatto amore al primo ascolto: mi ricordo che subito pensai: “Ok, io questi non li ascolterò mai più. Semplicemente non hanno nessun senso”. La cosa sembrava finita lì, ma il giorno dopo la festa mi ritrovai a canticchiare il ritornello melodico di quell’insolito pezzo e decisi di andare più a fondo. L’interesse crebbe e da quel giorno passai anni ad ascoltarli regolarmente. Mi affascinava la liricità e allo stesso tempo la forza della loro musica, la strana pronuncia inglese e le insolite capacità vocali del cantante Serj Tankian.

Nel 2002 arrivò Steal This Album! che mi lasciò esterrefatto: lo ascoltavo ininterrottamente in loop, in maniera quasi ossessiva, senza mai saltare un pezzo, come una sorta di mantra (inutile dire che il disco si consumò subito e dovetti ricomprarlo). Il disco era nato come una raccolta di materiale non finito da Toxicity (uno dei suoi primi titoli era infatti Toxicity II), ma aveva subito preso un carattere tutto suo. Adoravo quel CD “finto masterizzato” che faceva tanto alternativo, per me era l’apice della loro musica, essenziale, senza fronzoli e senza mezzi termini, ma carico di significati velatamente anarcoidi: “Innervision”, “Highway song”, “Fuck the System” e “Roulette” solo per citarne alcune. L’ultimo capitolo dei System fu quel doppio CD Mezmerize/Hypnotize che, in un impeto di fiducia, ingenuità e illusione, decisi di comprare appena uscito, alla fine del 2005, senza leggere recensioni né sentire opinioni (consiglierei, oltre che naturalmente “Radio/Video”, anche “Sad Statue”, “Kill Rock ‘n’ Roll”, “Holy Mountains”, “Lonely Day”). Ascoltando quella musica un po’ commerciale, che suonava anche un tantino malinconica, come l’eco di un periodo ormai alla fine, capivo che l’epoca dei System stava terminando. Quando poi il singolo “B.Y.O.B.” andò su MTV, vincendo anche un Grammy, quel tempo finì per tutti.

Sono passati ormai 10 anni e ammetto di fare un po’ fatica quando cerco di riascoltare i System of a Down. Non tanto per il tipo di musica (ricordo a proposito che lo stesso Serj disse in un’intervista di non riuscire ad arrivare alla fine di un suo disco senza interruzioni) ma perché sembra quasi che, riascoltando quei suoni, i ricordi possano in qualche modo uscirne e svanire nell’aria.

Mr. Kite

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