Atoms for Peace – “AMOK”

“AMOK”, Atoms for Peace, 2013.

AMOKCon gli Atoms for Peace avevo paura di incorrere nel problema avuto recensendo l’ultimo lavoro dei My Bloody Valentine… insomma, negli anni ho capito che le band in cui milita Thom Yorke potrebbero anche far uscire un disco di brani per voce e kazoo e le ascolterei ugualmente con eccitazione estrema. Stranamente quest’ultima esperienza si è rivelata un po’ differente: togliendo i primi due o tre ascolti, in cui anche un vagito di Yorke o una stecca di Flea mi avrebbero fatto uscire di testa, l’euforia è andata fortunatamente scemando, permettendomi quindi un giudizio più imparziale.

Come nel precedente progetto di Yorke, The Eraser, questo disco ha il pregio di liberare il cantante dal fardello di essere il frontman dei Radiohead e di regalargli maggiore libertà compositiva. Pur evolvendosi enormemente nella qualità dei suoni e nella ricchezza degli arrangiamenti, decisamente più profondi, la formula cambia poco: atmosfere intime e romantiche (su tutte “Ingenue”, uno dei brani più ‘umani’ del disco), notturni (la title track “Amok”), strutture minimali (“Default”), una sensazione di perenne staticità un po’ piatta e uno Yorke che quasi si nasconde, cercando di non “invadere” troppo le canzoni con la sua voce. È un approccio che, alla lunga, può anche mostrare la corda, ma che, di contro, crea un’organicità perfetta. Si sente che l’album nasce da una session musicale unica, lavorata poi ad arte da Yorke e dal suo produttore di fiducia Nigel Godrich, per forgiare quelle canzoni che sono entrate a far parte del disco. AMOK è stato creato per essere ascoltato quando il giorno lascia stancamente spazio alla notte; colonna sonora perfetta di un dormiveglia confuso e onirico. In questo, il disco dà il meglio di sé.

Questo quello che funziona di AMOK, ma ora lasciate che mi tolga un piccolo sassolino dalla scarpa, che comunque leva poco o niente al disco in se stesso. Il mio dubbio si concentra, molto banalmente, sull’utilizzo dei nuovi membri della band: Michael “Flea” Balzary, il batterista Joey Waronker (R.E.M., Beck) e il percussionista di David Byrne Mauro Refosco. I tre ci sono, suonano da par loro, ma non sembrano davvero riuscire a calarsi nella realtà del disco. Come già accennato, AMOK pare più una continuazione del precedente disco solista di Yorke (anche in quel caso coadiuvato da Nigel Godrich), che lo sforzo collettivo di una band. Certo, è una continuazione che è anche evoluzione, un miglioramento rispetto alla prima prova (e non poteva essere altrimenti visto il livello dei musicisti coinvolti), ma forse si sarebbero potuti usare un po’ di più questi talenti. Soprattutto Flea. Proprio il bassista avrebbe potuto essere quel valore aggiunto per un tanto agognato cambio di ritmo. Nel disco, il re dello slap ci dimostra come il suono del suo basso possa essere dolce e melodico, ma forse fin troppo dimesso, seppellito com’è sotto i synth di Godrich. Quando riesce ad accellerare (poco), tutta la dinamica del disco ne acquista beneficio (ad esempio in “Dropped”). E il resto della sezione ritmica? Sembra quasi che cerchino di fare il loro compitino (e pensare che la furia contenuta, à la Fela Kuti, di “Before Your Very Eyes” faceva ben sperare). A questo punto, forse si poteva anche evitare di fondare un supergruppo (che però, in quanto a richiamo di pubblico, fa sempre il suo sporco dovere) e continuare a far uscire la musica sotto il nome di Thom Yorke, chiamando come guest tutto questo bendidio di artisti.
Scusate il piccolo sfogo, forse non necessario, ma ne sentivo la necessità.

Dr. Musikstein

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