Block Notes: la rivoluzione di Spotify

fumetto-block-notesImpossibile rimanere indefferenti a quello che, in poco meno di un paio di mesi, ha creato in Italia Spotify, il servizio di musica on demand e di streaming: una vera e propria rivoluzione nel modo di fruire la musica. Legandoci a questo argomento, la nostra rubrica Block Notes vi propone un interessante articolo, apparso su Wired.it e scritto da Andrea Girolami, che ci parla non solo del fenomeno Spotify, ma soprattutto della sua campagna pubblicitaria e del messaggio in cui, questo servizio musicale, si vorrebbe identificare. Buona lettura.

«La pubblicità di Spotify ci racconta cosa rimane della musica oggi»

L’arrivo in Italia di Spotify, intelligentemente lanciato in concomitanza con l’evento mediatico-musicale nazionale ovvero il Festival di Sanremo, ha creato un certo scompiglio nel modo in cui consumiamo oggi la musica. Molti hanno gridato al miracolo, altri alla rivoluzione, altri ancora storcono il naso, in ogni caso stiamo per la prima volta sperimentando sulla nostra pelle un servizio che in molti altri paesi (USA, Inghilterra) è d’abitudine da molti anni. Che è un po’ come sgranare gli occhi per la pietra focaia quando i nostri vicini di casa hanno già il camino elettrico. E infatti in America l’operazione di conquista è già passata alla fase successiva. Spotify lancia proprio in questi giorni la sua prima massiccia campagna di marketing (più di 10 milioni di dollari da spendere in 3 mesi, il target sono i 18-40enni) su i media tradizionali statunitensi con una serie di spot e billboard che fanno discutere. Non tanto per il loro contenuto (affatto) scabroso quanto perché lo stile e il modo in cui un’azienda leader nel mercato decide di porsi verso i suoi consumatori ci offre la perfetta occasione di capire a che punto siamo con la liquefazione della musica in genere.

In uno dei video promozionali vediamo un uomo commuoversi ascoltando musica in cuffia, in un altro un gruppo di ragazzi si scatena a quella che sembra una festa casalinga, in un terzo ancora più corposo un giovane si fa sostenere da una folla adorante mentre una voce fuori campo salmodia. “Si dice che le migliori canzoni non danno risposte ma pongono domande” recita lo speker che continua “Quindi perché? Perché una canzone può cambiare il mondo?”.

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Pensavamo che con l’uso smaliziato delle tecnologie nella nostra vita quotidiana e gli spericolati ascolti in qualunque formato fosse definitivamente tramontata la retorica della musica come forza rivoluzionaria. Persino un frequente ambasciatore di questi temi come Jovanotti cantava già molto tempo fa: “Non è la musica che fa la rivoluzione al massimo può essere una colonna sonora”. Invece eccoci tornati indietro a caricare la musica di tantissimi significati, spesso a sproposito. Perché? Perché a ben vedere e sentire questi video promozionali di Spotify ci accorgiamo che l’unico elemento assente è proprio la musica. Tutti i protagonisti ne parlano, la contestualizzano ma non la si sente mai davvero. Erin Clift, vice presidente del marketing a livello mondiale di spiega così la scelta dei loro spot silenziosi: “La musica è personale, significa qualcosa di diverso per ciascuno di noi”. Eppure proprio oggi è vero il contrario: la musica è soprattutto estremo esercizio di catalogazione. Spuntano come funghi generi, tag, liste, nel tentativo di ordinare un panorama che tende verso estremi e miscugli di qualunque tipo. Non a caso quello che forse è la più autorevole rivista mondiale online di settore Pitchfork è caratterizzata da un’analisi quasi scientifica dei dischi presi in esame, sottoposti ad un rigidissimo processo di valutazione che prevede una valutazione con tanto di decimali. Altro che soggettivismo assoluto.

Ma ad avere ragione sono comunque i tipi di Spotify che hanno chiaro come la musica si sia fatta eterea sia nel suo aspetto fisico (niente più supporti) che sonico (le frequenze di mp3 compressi o streaming ballerini) e che per parlare di una cosa intangibile diventa dunque indispensabile agganciarsi a tutti i mondi che gli girano attorno. Dunque via con i ricordi del pendolare sull’autobus, il divertimento degli universitari alla festa o la speranza di trovare l’amore (o almeno una notte di sesso) come recita l’immagine promozionale che vedete in alto e che tira addirittura in ballo i vecchi “mixtape” che si facevano in cassetta.

Come ricorda anche il blog italiano Polaroid: “La retorica dei nastroni (mixtape o compilation che dir si voglia NDR) oggi è più tramandata che realmente vissuta.  Si cita Alta Fedeltà su Facebook, si postano su Tumblr foto vintage, si ricopia la grafica dei vecchi foglietti Lato A Lato B per un flyer, ma nulla esce mai dal monitor”. Che è poi come dire “Tutto quello di cui hai bisogno è qui dentro: passione, romanticismo, eccitazione. E se proprio insisti anche un po’ della buona e vecchia musica che alla fine non guasta mai”.

Andrea Girolami

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