The Knife – “Shaking the Habitual”

“Shaking the Habitual”, The Knife, 2013.

«Il lavoro di un intellettuale non è di modellare la volontà politica degli altri; è, con le analisi che opera nei campi di sua competenza, di reinterrogare le evidenze e i postulati, di scuotere le abitudini [shaking the habitual], le maniere di fare e di pensare, dissipare le familiarità ammesse, di riprendere la misura delle regole e delle istituzioni e, a partire da questa riproblematizzazione (dove gioca il suo mestiere specifico d’intellettuale) di partecipare alla formazione di una volontà politica (dove ha il suo ruolo di cittadino da giocare)», Le souci de la vérité.

Shaking the HabitualQuesta celebre citazione di Michel Foucault è stato il punto di partenza che ha spinto il duo svedese The Knife a rompere un silenzio durato ben sette anni. Il risultato? Un disco cerebrale e sovrabbondante, pieno zeppo di citazioni tratte dalla teoria Queer, di rimandi all’ambientalismo e riferimenti allo strutturalismo filosofico. Un album che non è politico, ma che è  carico di messaggi di protesta, proprio come ci insegna la lezione di Foucault. Con premesse del genere, il primo impatto con questo gigantesco calderone vorticoso non può essere che spiazzante: se cercate il synthpop degli esordi (Deep Cuts) o l’accessibilità di un Silent Shout probabilmente resterete delusi. Shaking the Habitual è un disco a cui accostarsi con la mente sgombra e senza quel risentimento che ogni tanto ci colpisce quando siamo davanti all’intelletualismo a tutti i costi. A tratti il disco patisce tutta questa ricchezza di intenti e contenuti, ciò nonostante ha il pregio di portarci con sé in un viaggio fatto di emozoni, sensazioni e suoni (i ritmi tribal di “A Tooth for an Eye”, il trip hop industriale di “Wrap Your Arms Around Me”, le spruzzate di dark ambient). Sì, so già quali saranno le vostre rimostranze e sì, forse è troppo lungo, a tratti inquieto ed esasperante nei suoni; sicuramente è un filo pesante perché ci sfida costantemente a comprenderlo per poi riuscire ad apprezzarlo. Bisogna però ammettere che mai, neanche una volta, fallisce nella sua missione di affascinarci. La voce di Karin è quella di una Björk incattivita, mentre la ricerca musicale di Olof li ha infine portati a mitigare i synth degli esordi con suoni molto particolari, mai ovvi e ricercati.

Shaking the Habitual è prima di tutto un’affermazione in campo artistico tout court, non solo musicale (date un’occhiata al video di “Full of Fire”) e, proprio in quest’ottica, vanno viste la successione delle tracce, la loro lunghezza sinusoidale, il sound eterogeneo, l’artwork spiazzante e la divertente dichiarazzione d’intenti espressa da un vero e proprio manifesto, neanche fossimo ritornati al periodo delle avanguardie storiche. Qualche riempitivo, ovviamente, c’è e le due tracce intermezzo, da meno di 1 minuto l’una (“Crake” e “Oryx”) esplicano alla perfezione quel problema del voler ricercare la finezza artistica a tutti i costi, di cui accennavamo in precedenza, e che può penalizzare leggermente un disco che è tra i più interessanti degli ultimi anni.

Dr. Musikstein

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