Speciale TJF: Enrico Rava, Vocal Night e tradizione africana

Sembra ieri che il Torino Jazz Festival apriva i battenti, mentre oggi già ci ritroviamo a metà strada di questo magico percorso in jazz. È ora di fare il punto della situazione, dando uno rapido sguardo ai primi tre giorni di programmazione di questo ricchissimo festival torinese.

26 aprile, venerdì.

TJF2013Questa seconda edizione del Torino Jazz Festival è iniziata con i migliori auspici musicali e i peggiori presagi metereologici.
L’onore e l’onere di aprire le danze è stato affidato alla Gianpaolo Petrini Big Band – Gillespiana; ad accoglierla un piazzale Valdo Fusi, ribattezzato piazzale Benny Goodman, gremito di pubblico (e qui  va subito un plauso agli organizzatori, che hanno rinnovato la logistica del piazzale rispetto alla discutibile sitemazione dell’anno passato). La band si è mostrata riconoscente di questa affluenza e ha intrattenuto gli astanti come meglio non si poteva. Lo swing di Dizzy Gillespie è stato qui declinato in una versione ancora più ritmata e dal sapore funk: impossibile non scatenarsi con premesse del genere. Dopo qualche istante di pausa è stato il turno della Mingus Dinasty accompagnata, per l’occasione, dalla Torino Jazz Orchestra. Il contrabbasso del “maestro concertatore” della tribute band, Boris Kozlov, e il sax di Craig Handy hanno guidato uno spettacolo memorabile. Si percepiva la violenza quasi caotica della musica di Mingus, gli urli acuti degli strumenti alti, gli intermezzi solo e gli imprevedibili cambi di tempo tipici del compositore statunitense. La TJO si è naturalmente mostrata all’altezza delle aspettative, come per altro lo era stata l’anno passato con dama Dionne Warwick. Un paio di pezzi su tutti: l’ottima “Fables of Faubus” (tratta dal capolavoro Mingus Ah Um) e la fantasmagorica “Moanin'” (dal bellissimo Blues & Roots del 1960), eseguita come finale, con un eccellente contributo dei fiati.
Alle 21.00 è stato il turno del grande protagonista italiano del festival: accolti da un Mao in veste di presentatore, Enrico Rava e il suo quartetto hanno preso possesso di piazza Castello (piazza Louis Armstrong), insieme all’Orchestra del Teatro Regio di Torino. Come anticipato dallo stesso trombettista di Trieste, “la presenza dell’orchestra sinfonica, per sua natura l’esatto contrario di una orchestra jazz, mi ha stimolato ad addentrarmi in zone per me inusuali”: e il risultato è stato senz’altro inusuale, oltre che originale. L’abilità di Rava di mettere insieme sonorità differenti e la capacità del direttore Paolo Silvestri di guidare un’orchestra celebre come quella del Regio (e di arrangiare i brani di Rava) hanno dimostrato che le due anime musicali potevano coesistere, dando così vita a un’esibizione ricca e complessa. Per essere sinceri in alcuni momenti il tentativo di sintesi tra il maestro della tromba e l’orchestra risultava un po’ macchinoso, con il jazz di Rava che sembrava a tratti confondersi nell’insieme sonoro e pure il nome dell’evento, Rava On the Road, pareva un tantino tirato, considerando che la musica proposta non sembrava riflettere direttamente il jazz della generazione beat. Sofismi a parte e nonostante il tempo non abbia certo aiutato l’ascolto, il concerto è terminato con la soddisfazione di aver assistito a qualcosa di davvero esclusivo.
La serata è continuata, per noi de La Lira, con una delle tante offerte di altissima qualità del Fringe Festival: al Magazzino sul Po (diciamo il “Cavern” dei Subsonica, in cui ci siamo rifugiati per asciugarci e per bercene una) a mezzanotte si è esibito il Luigi Martinale 6tet. Più di un’ora di brani originali e di musicisti superlativi, in un’atmosfera calda e fumosa, davvero in linea con la filosofia del TJF.

27 aprile, sabato.

Piazzale Valdo Fusi 2.0

Piazzale Valdo Fusi 2.0

La giornata jazzistica è incominciata nella maniera più umida possibile: in coda sotto la pioggia battente per accaparrarci i biglietti del concerto di Abdullah Ibrahim, spostato da piazzale Valdo Fusi al Teatro Regio, causa condizioni meteorologiche traballanti. Fortunatamente il brutto tempo ha poi deciso di darci una tregua, giusto in tempo per permetterci di seguire l’ottima esibizione dei Corleone. La band capitanata da Roy Paci ha offerto uno spettacolo in cui si sono esplorate alcune delle frange più estreme del jazz; quel sound che si inserisce a pieno diritto nella lezione di John Zorn (soprattutto delle sue band Naked City e Maseda) e dell’avant-jazz più primordiale, qui comunque mitigato da chitarre dal chiaro sound rock e prog che rendevano il tutto di più facile ascolto. Ed è un bene che si sia proposta al pubblico anche questa declinazione del jazz, perché, dopotutto, un festival che vuole darsi una dimensione internazionale come il TJF non può offrire solo tributi swing/big band o il più “classico” dei post-bop, bensì esplorare tutte le contaminazioni possibili. In più, bisogna ammettere che le nuvole minacciose che si stagliavano all’orizzonte (il pericolo di un nuovo acquazzone è stato una spada di Damocle per tutto il tempo) ben si adattavano all’atmosfera selvaggia del concerto.
Pochi istanti e subito ci siamo fiondati in piazza Vittorio (piazza Duke Ellington), più precisamente a La Drogheria, dove il duo chitarra-sax di Pietro Ballestrero e Claudio Chiara ha allietato l’apericena torinese con standard d’atmosfera. Caldi e coinvolgenti, sono riusciti ha catturare l’attenzione anche di chi non era giunto in centro per seguire il TJF.
Il main stage di piazza Castello ha poi offerto la Vocal Night, a cui ha preso parte Cristina Zavaloni; un’esibizione in cui le incredibili doti canore della cantante bolognese e la sua passione per la musica colta hanno trovato un contraltare perfetto negli eleganti musicisti della Radar Band. Verso le 22.30 è stato invece il turno di Tania Maria, direttamente dal Brasile, che ci ha mostrato ancora una volta la regola d’oro di questa città: se riesci a far ballare e cantare un torinese, allora puoi dire che la tua musica ha veramente qualcosa di speciale. La capacità vocali dell’artista carioca, unite alla sensibilità dei suoi musicisti -uno su tutti Edmundo Carneiro alle percussioni- ci hanno fatto cantare e danzare sulle note di una coinvolgente “Mas Que Nada” (con tanto di trenino) e di una romantica e non troppo commerciale versione di “Besame Mucho”. Sarà che le sonorità calde hanno sempre un fascino in più, soprattutto quando il tempo è così autunnale, ma l’esibizione appassionata di Tania è stata probabilmente e meritatamente la più applaudita finora.

28 aprile, domenica.

Il Maestro Abdullah Ibrahim

Il Maestro Abdullah Ibrahim

La terza giornata di concerti, invece, si è aperta all’insegna delle code. Coda per recuperare i biglietti per McCoy Tyner (la sua esibizione è stata spostata all’Auditorium Rai). Coda per accedere al concerto di Abdullah Ibrahim al Regio. Coda addirittura per andare in bagno e per prendersi un caffè. Insomma, una giornata di estenuanti attese, ma per il Maestro Ibrahim ne è valsa la pena. Sì, perché il concerto del pianista sudafricano è stato una delle migliori esibizioni viste finora al TJF; intimo e toccante, Ibrahim ha dialogato con il pubblico attraverso la potenza del suo pianoforte. L’uso sapiente delle pause e dei silenzi e la dolcezza delle sue composizioni ci hanno emozionato come non accadeva da tempo. Sfortunatamente, il pubblico intervenuto non è stato assolutamente all’altezza di questo momento di grande jazz, disturbando a più riprese un’esibizione che necessitava di molta più intimità per poter essere apprezzata appieno.
Questo “African Day” è poi continuato con l’altro main concert della serata: il carismatico Mulatu Astatke ha orchestrato un vero e proprio clinic sul groove che, nonostante le pessime condizioni meteorologiche e un pubblico ridotto, ha coinvolto tutta piazza Castello. Il compositore etiope ha dato vita ad un concerto che sapeva di terre esotiche e lontane, dove i ritmi non canonici si intrecciavano ai fiati vagamente afrobeat e a mille colori funky. Una sezione ritmica ipnotica, i sensuali assoli di vibrafono del bandleader e il magico violoncello di Danny Keane hanno poi completato il lavoro: in piazza Castello si sentiva profumo di Smirne.
La serata si è infine conclusa alla Società Canottieri Esperia, dove il trio del pianista belga Eric Legnini, accompagnato dal sax tenore di Maurizio Gianmarco, ha cullato il pubblico con un jazz elegante all’interno di una cornice tra le più pittoresche del festival. Squisitamente di classe, come tutto il TJF del resto.

Ora attendiamo con curiosità i prossimi giorni di concerti.

Orfeo, Wes, R.J., Ellis Anthon

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...