Speciale TJF: i tributi, le leggende e la grande festa del jazz

Continuiamo con il nostro report sul Torino Jazz Festival, raccontandovi le nostre impressioni sugli ultimi tre giorni di concerti.

29 aprile, lunedì.

TJF2013La giornata del lunedì è iniziata, per noi, un po’ in ritardo, in quanto siamo arriviati al concerto dei Sidony Box che l’eclettica band francese stava già a metà esibizione. Nonostante ciò siamo rimasti molto colpiti dalla varietà di sound proposto. Dalle cavalcate punk jazz, agli spunti rock/metal, fino ad arrivare alla pacatezza propria di un jazz di classe: encomiabile in questo il lavoro del sassofonista Elie Dalibert. Anche per loro vale il discorso fatto con i Corleone: una frangia del pubblico potrà anche aver gradito meno questa proposta di suono più “tirata”, ma il TJF ha l’obbligo di presentare tutte le declinazioni del jazz, per potersi dare davvero una dimensione internazionale.
Dopo di loro, sono saliti sul palco di piazzale Valdo Fusi la Gianluca Petrella Cosmic Band. Il gruppo ha offerto un sentito tributo al guru Sun Ra e, già per questo motivo, Gianluca & Co. sono diventati i nostri eroi romantici di questo TJF. Il loro spettacolo ha spaziato senza barriere nel sound lisergico e un po’ free di Ra (personalità forte e troppo spesso dimenticata dalle masse). Davvero una piacevole scoperta.
Aspettando il main act della serata, abbiamo ancora fatto in tempo a sentire la Piccola Orchestra Fonomeccanica; fresca e divertente, questa orchestra “minimal” è riuscita a divertire e coinvolgere il pubblico riproponendo le atmosfere rarefatte ’40s e ’50s del repertorio pop italiano dell’epoca. La formula è stata vincente, perché ha accostato l’immediatezza dei brani alla perizia dei due solisti, Giulio Piola alla tromba e Gianluigi Corvaglia al sax.
La sera, invece, ci ha riservato l’esibizione dei Miles Smiles, ancora un’ottima tribute band, questa volta dell’ultimo Davis (quello di fine ’70s, inizio ’80s per intenderci). Il gruppo in formato XXL (sia nelle taglie che nel talento), capitanato dal trombettista Wallace Roney si esibito in un’ora circa di intenso jazz, condito a tratti da un funk spinto e dalla fusion che finora era mancata a questo TJF. A parte un piccolo contrattempo iniziale con la chitarra elettrica di Larry Coryell, il concerto si è svolto piuttosto serenamente, anche se la costante latitanza dei fiati che si rintanavano sistematicamente dietro le quinte, tra un assolo e l’altro, sembrava a tratti rivelare l’impazienza a scendere dal palco. Musica eccellente, specialmente il brano encore “Time After Time”, in cui la tromba di Roney ha rivelato la vena più poetica dell’anima sua e di Miles Davis.
Per cercare di coprire più eventi Fringe possibili ci siamo poi separati: e mentre un collaboratore seguiva l’evocativa delicatezza della kora (l’arpa africana tipica dei cantastorie griot) di Cheikh Fall e del suo progetto Kora Beat, ecco che un altro si lasciava trasportare dai virtuosismi della chitarra di Nguyên Lê e del sax tenore di Maurizio Gianmarco. Una giornata davvero piena, che ci ha regalato delle grandi (e inaspettate) emozioni.

30 aprile, martedì.

DoradoUna delle giornate più attese (almeno da noi), la Giornata Internazionale Unesco per il Jazz ci ha regalato grandissima musica… già, come se gli altri giorni fossero stati da meno.
Alle 18.00 in piazzale Valdo Fusi si sono esibiti i Dorado Schmitt Familia Sextet. Li avevamo aspettati per tutti questi giorni e l’attesa è stata ricompensata. Come già anticipato, in onore dei 60 anni dalla morte del grande Django Reinhardt e all’interno dell’iniziativa Torino Incontra la Francia, questa straordinaria famiglia di musicisti della Lorena si è esibita in un concerto che potremmo definire anch’esso “familiare”: hanno aperto i due figli maggiori Samson e Bronson, a seguire il 17enne Amati -autentico “fuoriclasse” della chitarra acustica- e infine il pater familias, il grande Dorado, sia al violino che alla chitarra (impersonando in qualche modo sia Django che il suo “alter ego” Sthépane Grappelli). Un concerto “piramidale”, che non ha smesso di crescere in intensità e calore, spaziando dalla bossa nova al gipsy jazz più intenso, fino al manouche più veloce e ritmato. La famiglia al completo ha poi eseguito alcuni brani conclusivi, tra cui una travolgente versione del Classico “Minor Swing” di Reinhardt. Sapevamo che non ci avrebbero deluso e così è stato.
Ma anche con l’altro main concert della giornata non siamo scesi di intensità: alle 21.00, infatti, è stato il turno del Maestro con la “M” maiuscola, il grande McCoy Tyner e la sua Latin All Stars. Anche qui ci aspettavamo qualcosa di magico e, ancora una volta, non siamo stati traditi. In una Piazza Castello gremita come mai ancora, la musica è stata semplicemente straordinaria. Potremmo dire un sacco di cose sui membri del gruppo: che il sassofonista Gary Bartz ha suonato con Davis e Mingus, che l’eccentrico trombettista Brian Lynch ha collaborato con i Jazz Messengers e con il quintetto di Horace Silver, che il grande Tyner è stato il pianista storico nel quartetto di John Coltrane, ispirando uno degli imperatori della musica jazz. Invece diremo solo che in questa serata è stata ricompensata tutta la pioggia, le attese e le ore piccole dei giorni precedenti. L’aura di riverenza e devozione che emanava la figura e lo sguardo di Tyner ha colpito ogni singolo spettatore e naturalmente la musica era eccelsa. Un’ora e mezza di jazz in cui pianista, ormai 74enne, non si è mai allontanato dal palco e ha eseguito anche alcuni pezzi da solista, riportando violentemente alla memoria quelle sonorità e melodie tipiche del buon vecchio Coltrane: infatti, nostante il nome forviante del progetto (Latin All Star), c’erano davvero piccolissimi rimandi al suono latino (giusto le percussioni del grande Giovanni Hidalgo). Davvero indimenticabile.
Finita questa magica esibizione ci siamo incamminati verso il nostro classico ritrovo, il Magazzino sul Po, per concludere degnamente la serata. Ci siamo però fermati un istante ad ascoltare l’interessante (e un filo estremo) spettacolo offerto da Maurizio Gianmarco, nell’ambito dell’iniziativa Music on the River. Un puro avant-jazz, ammettiamolo, a tratti di difficile ascolto per alcuni degli ascoltatori che camminavano serenamente lungo i Murazzi del Po, in cui il sassofonista dialogava con gli echi e i riverberi offerti dalla location così suggestiva.
Giunti infine al Magazzino, ad attenderci c’era il quintetto Furious Mingus, che ci ha regalato un’originale (e molto effettata) reinterpretazione delle musiche del geniale contrabbassista. Alcuni membri di questa ottima formazione li avevamo già visti: la chitarra sperimentale di Nguyên Lê, con il Saiyuki Project e in coppia con Gianmarco; Mauro Negri, già a capo del quartetto insieme a Mattia Barbieri; Marco Tamburini alla tromba, sia da solo che con il quintetto di Roberto Rossi; così anche Furio di Castri al contrabbasso, a cui naturalmente vanno moltissimi complimenti anche per l’organizzazione di tutti gli eventi Fringe del Festival. La sala era naturalmente gremita di gente, trattandosi oltretutto dell’ultima delle serate fringe, per cui questa formazione ci è sembrata anche un ottimo modo per coronare e sintetizzare questi giorni di grande jazz a Torino.

1 maggio, mercoledì.

Piazza CastelloInfine è giunto il momento del giorno tanto atteso. La grande festa del jazz. Il concerto del Primo Maggio tutto targato Torino. Cosa domandare di più agli organizzatori del festival? Una giornata di sole, forse. Beh, consideratelo fatto: mai prima d’ora un sole così estivo aveva baciato il capoluogo piemontese e in ringraziamento la città ha risposto presente, riversandosi in piazza Castello e inondandola di allegria e vivacità.
Noi, ancora una volta siamo arrivati in piazza un po’ in ritardo, comunque in tempo per gustarci l’esibizione dei Fringe Off, sestetto all-star che comprendeva alcuni dei protagonisti della scorsa edizione Fringe, integrati dal pianista belga Eric Legnini (ormai di casa al festival Fringe di quest’anno, con i suoi mille concerti) e dal contrabbasso di Mauro Battisti. Il gruppo, di cui Emanuele Cisi si è fatto portavoce, ha offerto un set di alto livello, in cui le personalità di tutti i musicisti si sono amalgamate in maniera mirabile per creare un suono vario e non scontato, partendo dagli standard fino ad arrivare alle composizioni personali (come il gustoso brano ammantato di “afro”, scritto da Legnini… scusateci, ma il titolo ci è sfuggito).
Dopo una breve pausa in cui il pubblico è stato allietato da un gioioso flashmob targato TJF, si è continuato con l’esibizione della cantante romana Pilar. Lo spettacolo è stato un po’ snobbato da una piazza ancora eccitata per il flashmob ed è un peccato perché la ragazza ha offerto una performance tutta classe e sensualità. Però qui, un fail grosso quanto una casa dobbiamo segnalarlo: Pilar si è rivelata inadatta all’atmosfera molto “Primo Maggio” del luogo e del momento (le 6 di pomeriggio). Il pubblico desiderava scatenarsi e ballare, magari con un bello swing, mentre l’esibizione proposta si sarebbe adattata meglio ad un locale buio e fumoso della New Orleans più nera.
Ma la giornata non ci ha messo molto a risollevarsi, grazie all’arrivo sul palco dell’invidiabile freschezza di Roy Haynes (88 anni e non sentirli). Accompagnato dall’ottimo pianista Martin Bejerano, dal sax di Jaleel Shaw e dal contrabbasso di David Wong, è stata comunque la classe cristallina di questo gigante del jazz a catturare l’attenzione del pubblico. Roy non è uno di quei batteristi eccessivamente virtuosi, il suo modo di suonare è ecumenico, ma tremendamente efficace; ti cattura e ti trascina nel suo groove. E proprio come ti ammalia con la sua musica, ti ammalia con la sua personalità; Haynes ha giocato con il pubblico, scherzato, risposto a tono. Sornione e navigato ha messo in scena anche un divertente spettacolino in cui ha intonato il ritornello di “I Got You (I Feel Good)”. Un highlander dietro le pelli che avremmo ascoltato per un’altra ora (almeno).
E non ci vuole troppo tempo per trovare un altro mattatore del festival; dopo qualche istante di pausa, infatti, è salito sul palco il rapper Napoleon Maddox con la sua band, gli IsWhat!?. Sì, mi immagino la vostra espressione; “rapper??”. Beh, gli IsWhat!? creano un impasto sonoro di stampo funk, jazz e soul su cui il tecnico lirismo di Napoleon (e le sue doti di beatboxer) possono esprimersi liberamente. Non sarà jazz nel senso stretto del termine, ma è incredibilmente sexy. In più Maddox si è presentato alla città in una veste decisamente umile, con una voglia matta di creare un legame empatico con il pubblico: ha cercato di parlare italiano, ha tentato di spiegare il significato del suo rap, ha scherzato con gli astanti… un vero predicatore che è riuscito a giocare anche sul fatto che, durante un pezzo, la campana di San Lorenzo ha iniziato a suonare (“for whom the bell tolls“). Per noi è lui (assieme a Roy Haynes) l’idolo di questo TJF. La musica poi è stata semplicemente irresistibile e ipnotica, con un basso à la A Tribe Called Quest, mille campionamenti tratti da film (Pulp Fiction) e un sax che ci ha tenuti costantemente sulle spine e ha offerto quel fraseggio sonoro imprescindibile in un festival jazz. Non canonici, ma assolutamente magici.
E poi… beh, e poi che dire, non ce ne voglia Simone Cristicchi (scelta infelice per chiudere un festival jazz, pure se il pubblico medio l’ha osannato come il salvatore), ma per noi sono stati Mike Stern e Bill Evans, accompagnati da Tom Kennedy e Dave Weckl i veri headliner della serata (anche se pare un po’ riduttivo per tutti gli altri artisti che hanno calcato il palco). Inutile cercare di descriverli; Stern è stato mostruoso, Weckl onnipresente ed Evans semplicemente outstanding (usiamo l’inglese perché ci pare più intenso). Un clinic di virtuosismo in funzione di una fusion easy listening e dai mille rimandi, ma non per questo meno pregiata. Mattatori. La degna conclusione di questo Torino Jazz Festival… ancora una volta, non ce ne voglia Cristicchi.

Orfeo, Wes, R.J., Cisco

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