Approfondimenti TJF: Abdullah Ibrahim e il pubblico torinese

Continuando la serie di approfondimenti TJF iniziata con Enrico Rava, oggi vorrei proporvi un breve articolo (anche un filo polemico) sull’esibizione del pianista sudafricano Abdullah Ibrahim.

Abdullah IbrahimSull’artista, come sulla sua esibizione al Teatro Regio, c’è ben poco da dire. Abdullah è un grande del jazz, ingiustamente poco riconosciuto da un pubblico “medio”. La sua musica è un incontro di culture, di civiltà e di espressioni; nei suoi ritmi (e nel suo cuore) trovano posto l’Africa segregata e l’America dei ghetti, nelle sue melodie il gospel e i raga, così come la lezione di Thelonius Monk e di Duke Ellington.
Abituato a suonare in trio o in ensemble più numerosi (leggi Ekaya), il Venerabile Maestro si è invece presentato al Torino Jazz Festival solo, con la magia del suo piano, dando vita ad un concerto in cui l’intimità era così alta che ha tratti risultava insostenibile (ed è un complimento). Il suo straordinario tocco vellutato ha dipinto melodie che scaldano il cuore, giocando con i silenzi e le pause, alzando il ritmo, con accenni di stride piano, solo in determinate occasioni e solo per scuotere l’ascoltatore. Pare addirittura pleonastico scrivere sulla bellezza di questo concerto e infatti il post è anche, se non soprattutto, uno sfogo pacato contro il pubblico, francamente inadeguato, che ha seguito l’esibizione di Ibrahim.

Gente forse non abituata ad ascoltare concerti di questo livello -che richiedono un silenzio praticamente monacale, oltre ad un livello di partecipazione emozionale intenso e continuo- si è ritrovata ad ascoltare una lunga sezione musicale in cui, per quasi 50 minuti, Abdullah ha estasiato il pubblico. Troppo per un orecchio inesperto, infatti dopo un quarto d’ora ecco le prime vittime: in acqua tre si leva il russare, davvero deciso, di un ascoltatore non troppo appassionato. Fortunatamente il vicino subito pensa a risvegliarlo, causa lamentele, ma il poveretto ricade nuovamente tra le braccia di Morfeo dopo qualche istante. Tutto qui? Macchè; ecco nell’ordine cellulari che suonano, blackberry che ricevono messaggi, l’odiosa musichetta tipica dei dispositivi Android; e poi il vicino saccente (sfiga, era proprio il mio vicino) che deve parlare per ore su: “ascolta, Maria, questo è una variazione del brano del 1985 Tuang Guru, qui declinato con personalissimo trasporto…”. Una vera macchinetta che mai vi augurerei di avere vicino.
E poi i colpi di tosse, oh, i colpi di tosse. Io sono un assiduo frequentatore del Regio e conosco quello strano fenomeno che colpisce il pubblico non appena si spengono le luci: c’è dannatamente bisogno di tossire, niente da fare. Si è come contagiati dal proprio vicino, con la stessa meccanica degli sbadigli. Qui però si è esagerato; è stato davvero difficoltoso fare lo slalom uditivo tra il piano di Abdullah e il coff coff della dama in terza fila. Ma neanche i fotografi sono stati esenti da critiche: perenne sottofondo, i motorini delle loro costosissime reflex digitali distoglievano l’attenzione dal Venerabile e, come se non bastasse, in più di un’occasione una grandinata di flash sono piovuti sulla platea dall’alto dei palchi privati. Alla fine della prima sezione, attezione attenzione, il colpo che neanche il grande Monicelli, nei suoi migliori momenti di satira, avrebbe saputo scrivere: tutti in piedi per un’ovazione meritata, ma alquanto sospetta, da parte del pubblico. In realtà non così sospetta se considerate che metà di questi signori hanno poi infilato veloci la porta del teatro, saltando la seconda sezione (potremmo anche chiamarla encore) del pianista. Una figura davvero barbina.
Ma anche senza queste mele marce il concerto ha vissuto momenti di disagio: la Tuberculosis Jazz Orchestra ha continuato imperterrita il suo call and response con Ibrahim e le porte del teatro erano diventate girevoli, tante le persone che abbandonavano l’esibizione… in questi frangenti viene quasi da dare ragione alle idiosincrasie di Keith Jarrett.
Per fortuna, a fine concerto in sala erano rimasti i fedelissimi e l’immensa standing ovation ricevuta da Abdullah è stata un po’ la panacea che ha curato tutti i mali.

Forse questo sfogo vi sembrerà eccessivo, ma ammetto di essere un giudice talebano quando si tratta di ascolti di un certo tipo (ma non prendetemi per bacchettone, ero il primo che in piazza, con un bel funk o uno swing di sottofondo, parlava senza sosta e si scatenava). Qui però si parla di educazione, musicale e tout court, che il pubblico in sala ha mostrato solo a tratti di possedere. Certo, si trattava di un concerto difficile, o quantomeno difficile per un ascoltatore dall’orecchio non esperto. Purtroppo il risultato è stato quello di tanti “novizi” pronti a disturbare l’ascolto e di togliere la poltrona a gente che forse avrebbe apprezzato maggiormente l’esibizione. Rimane questo piccolo rammarico, anche se l’apparizione di Ibrahim rimarrà per sempre nelle mie orecchie e nel mio cuore.

Orfeo

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2 risposte a “Approfondimenti TJF: Abdullah Ibrahim e il pubblico torinese

  1. Grande Doc, sto decisamente dalla tua parte. Si tratta di semplice educazione e rispetto, sopratutto in un concerto per piano solo al Regio in cui i posti sono stati molto richiesti e molti non sono potuti entrare. Al solito l’impressione è che molta gente sia andata solo per poter dire di essere stata gratis al Regio…

  2. sì, forse un filo talebano come dici tu, ma forse sto dalla tua parte.. se il pubblico si è comportato davvero così allora non era adatto ad un posto come il Regio

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