Underground Music History: XTC

XTCChissà come mai gli XTC qui da noi in Italia (ricordiamo che con l’underground del titolo intendiamo riferirci a quelle band poco conosciute alla massa, specialmente nel Belpaese) sono rimasti appannaggio dei cosiddetti nerd musicali? Di certo non sono riusciti a conquistare il grande pubblico come, chessò, i Simple Minds. Eppure il talento al quartetto di Swindon certo non mancava, anzi, si inserivano alla perfezione in quel sound new wave che avrebbe dominato il decennio degli ’80s in Inghilterra.

Esempio perfetto ne è l’album di debutto White Music, uscito nel 1978 dalle ceneri del movimento punk. Guidati dal cantante Andy Partridge e dal bassista Colin Moulding (gli unici membri costanti della band) gli XTC creano il disco manifesto del primo post-punk: nervoso e spigoloso, l’album offre canzoni veloci e ruvide, anche se ben ancorate ad una certa sensibilità radio friendly. Una mossa che permetterà loro di farsi conoscere e apprezzare fin da subito nel circuito che conta. Nel disco troviamo perfino qualche velleità sperimentale, come la quadriglia di “Do What You Do” o il boogie di “Neon Shuffle”. Inoltre White Music offre una cover “epilettica” della dylaniana “All Along the Watchtower”. Per voi affamati di musica segnatevi il titolo, perché è una delle tappe essenziali nella carriera del gruppo inglese.

Con Go 2, uscito nell’ottobre dello stesso anno, il gruppo sembra essersi calmato: il sound è di certo più raffinato, meno primitivo e la band maneggia abilmente i riferimenti psichedelici (come in “Buzzcity Talking”) e hard rock. Purtroppo pagano la fretta nel voler far uscire questo secondo capitolo e la qualità complessiva ne perde di molto (la parte più interessante resta la cover del disco, realizzata dal gruppo di art design Hipgnosis). Drums and Wires, del ’79, porta a maturazione il suono ascoltato solo a tratti in Go 2 e diventirà un altro punto focale della loro carriera (appuntatevi anche questo titolo, miei ossessivi-compulsivi). Finalmente il loro lavoro risulta coeso e organico e l’album ci regala delle piccole perle di umorismo e sagacia britanniche: “Making Plan For Nigel” è il punto di svolta anche per le doti di autore di Moulding. La musica degli XTC è ora svelata davanti a noi in tutta la sua potenza e nei suoi limiti: (ottime) canzoni new wave che superano a malapena i 3 minuti e che, pur non brillando di troppa originalità, ci intrattengono piacevolmente con i loro ritornelli infallibili e i loro testi in bilico tra l’intellettuale e il folle.

I successivi Black Sea (1980) e English Settlement (1982) continuano sulla stessa scia musicale, perfezionandola. Se il primo ci offre un chiaro esempio del loro revival beat con un’anima leggermente più rock rispetto agli album precedenti, il secondo si muove addirittura nel terreno dell’alternative con amplificazioni distorte (“Fly On The Wall”) e arrangiamenti sempre più eccentrici (“Jason And The Argonauts”, “Ball and Chain”). È l’apice di questo caleidoscopio manierista che cerca di avere ancora qualche punto di contatto con la new wave degli esordi.

Con l’uscita, l’anno seguente, di Mummer gli XTC ci propongono un sound completamente rinnovato. È un pop sofisticato, pastorale, innocuo, ma comunque sempre piacevole, quello che ora la band persegue (ascoltate “Wonderland”) e bisogna dire che ci riescono dannatamente bene. The Big Express, dell’84, continua il discorso, pur cambiandone il tono; il pop “innocuo” non è più pastorale, ma nuovamente urbano e il pacato nervosismo sonoro ricorda vagamente quello dei loro esordi new vave. L’anno seguente, forse stufi del sound che si sono autoimposti come XTC, Partridge e Moulding firmano il divertente esercizio di stile 25 O’Clock sotto lo pseudonimo di The Dukes of Stratosphear. È un disco che indulge nella psichedelia pop anni ’60 tipica dei Beatles; un divertissement soprattutto per gli stessi membri degli XTC. Nell’87 faranno poi uscire il degno seguito Psonic Psunspot, ma tra questi due lavori, firmati dai loro alter ego psichedelici, trova posto l’album che più di tutti rappresenta il suono anni ’80 del gruppo: Skylarking (prego prendere nota, altro album must). L’obiettivo del disco è quello di ripartire da dove Brian Wilson aveva interrotto: creare un pop barocco, ispirandosi liberamente a Pet Sounds. L’operazione riesce perfettamente e Skylarking diventa un gioiello di artigianato pop, uno dei momenti più alti della loro discografia (nell’album trovano posto l’ottima “Big Day” e la controversa “Dear God”, che potete ascoltare a fondo articolo).

Oranges & Lemons (1989) avrà un successo di vendite pazzesco pur regalandoci pochi spunti (“Mayor Of Simpleton”, “Poor Skeletons Step Out”). Interessanti sono gli arrangiamenti eterogenei, da sempre punto di forza degli XTC e qui elevati ad arte; ovviamente a volte la situazione sfugge di mano, destrutturando completamente la canzone e rendendo difficile la fruizione del disco nella sua interezza. Nonsuch, del ’92, non migliora la situazione e rimane un momento minore della loro produzione. Con Apple Venus Volume 1 e Wasp Star (Apple Venus Volume 2), rispettivamente del ’99 e del 2000, gli XTC concludono la loro carriera, portando alle estreme conseguenze il loro nuovo pop barocco. Alcuni brani sono interessanti, ma il risultato complessivo lascia un sentimento di noia diffusa. È quasi un peccato che, raccontando la loro storia, si debba finire con le note basse degli ultimi lavori. Gli XTC sono stati uno dei pochi gruppi a nobilitare l’arte della canzone pop, riuscendo a scrivere dei piccoli capolavori musicali, e si meritano sicuramente un posto di rilievo nella storia della musica (anche se, qui da noi, rimarranno per lo più underground).

Paolo Maugerio

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