Appunti di Live: Grizzly Bear

28 maggio 2013. Alcatraz, Milano.

Grizzly Bear liveEntriamo all’Alcatraz con tempismo sospetto, non troppo esaltati dall’idea di dover aspettare ore prima di vedere ciò per cui siamo venuti. Giusto il tempo di ordinare una birra e veniamo attirati dal gruppo spalla: un manipolo di psicopatici folletti e menestrelli androgini, che a primo impatto ci stupiscono per l’originalità e il coinvolgimento dei loro intrugli musicali. Scopro solo in seguito che il nome di quella stralunata band è Connan Mockasin, gruppo neozelandese di pop psichedelico che in terra natia ha aperto per i Radiohead. Fatto sta che, va bene essere intriganti, ma dopo 3-4 brani già ce l’avevano fatto a fette.

Fortunatamente non passa molto e i Grizzly Bear salgono sul palco, acclamati da un pubblico che sembra di colpo essersi quintuplicato (ma siamo lontani, tuttavia, dal riuscire a riempire l’Alcatraz). La band si gioca subito alcuni dei pezzi migliori, come “Sleeping Ute” e “Yet Again” (a mio avviso una delle migliori canzoni mai scritte dal gruppo), per far sincronizzare il pubblico alle loro originali sonorità. Così mi ritrovo immerso in quelle malinconiche atmosfere e vengo assalito da una strana sensazione, come se il terreno stesse bruciando sotto ai miei piedi: sento la necessità di spostarmi tra il pubblico per ascoltare i Grizzly Bear da diverse angolazioni, in modo da carpirne e comprenderne ogni suono, in particolar modo quelli prodotti dal loro turnista che, a detta di Daniel Rossen (il cantante dei Grizzly), è un inestimabile componente della loro “magia”.
Ma non di sola musica vive il concerto; il palco, ad esempio, è allestito con originali lanterne intermittenti, essenziali ma suggestive, così come suggestivi sono gli entusiasmanti vocalizzi, snocciolati in dissonante sincronia. Appaganti le malinconiche-ma-al-tempo-stesso-colorate atmosfere che la band di Brooklyn evoca per tutta la parte centrale del concerto che (inizio scintillante a parte) procede più o meno in maniera lineare. Ma ecco che i Grizzly Bear rompono questa calma con “Gun-Shy”, brano che “spezza in due” l’Alcatraz per la sua straordinaria profondità compositiva.
La potenza che il gruppo riesce ad esprimere in configurazione live è davvero inaspettata e in parte dovuta anche alla bravura e alla presenza scenica del loro bassista, Chris Taylor, che qui si esibisce pure al sax e al clarinetto. Ma i Grizzly Bear sono anche una band tecnica: nonostante le mille sfaccettature dei loro pezzi, ogni suono sembra sempre essere esattamente al proprio posto… e se per caso noti qualcosa di confuso non devi far altro che aspettare la soluzione melodica finale, malfidente.

Ma siamo ormai alle battute finali. A chiudere il concerto, ecco un ennesimo asso nella manica compositivo: “Sun in Your Eyes”, qui eseguita in una versione minimale, fatta di chitarre acustiche e voci che, in modo intimo e personale, suonava come un “grazie per essere venuti, preziosissimi fan italici”.

Steve Mod

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...