Il Critico Integralista: gennaio-giugno 2013

Critico IntegralistaStamattina la redazione de La Lira di Orfeo è stata scossa dal solito uragano che risponde al nome di Critico Integralista. Immaginatevi una scena in cui, in sottofondo, parte “Montagues and Capulets” di Prokóf’ev, mentre il soggetto di cui sopra fa il suo ingresso trionfale brandendo un frustino da cavallerizzo. Lucy Marie, la nostra segretaria, si è rifugiata sotto la scrivania per paura di rappresaglie scudiscianti. In ogni caso, C.I. ci ha consegnato il suo nuovo articolo, pregandoci di pubblicare anche una sua breve introduzione. Noi ubbidiamo volentieri, non foss’altro per il fatto che il pazzo è ancora a piede libero, appostato dietro la macchina del caffé, ad elargire scudisciate a chiunque non gli vada a genio.

Dai ragazzi, lo so perfettamente. Metà di voi stava solo aspettando che tornassi a scrivere le mie fantastiche recensioni qui sulle pagine de “La Lira”. Gente che ha atteso addirittura sei mesi per leggere nuovamente le mie geniali opinioni e la mia prosa degna di Borges. Proprio per venire incontro ai miei fan urlanti, ho deciso di pubblicare questo nuovo post prima della fine del mese; tanto tutti gli album di cui volevo parlare sono già disponibili all’ascolto.
Ah, mentre mi ricordo faccio anche una precisazione. Dato che degli ultimi lavori degli Atoms for Peace, degli Knife e dei My Bloody Valentine ne ha già parlato ampiamente il Dottor Musikstein, mi sembrava una paraculata immensa mettermi pure io a farne l’ennesima recensione di questi tre album… tanto lo sappiamo tutti che avrei scritto cose molto più interessanti.

  • Boards of Canada – “Tomorrow’s Harvest”. Sono tornati! Li aspettavo trepidante e non sono stato deluso. Il disco è né più né meno quello che in molti immaginavano (e si auguravano) dal duo scozese, ma in un’annata in cui il pop più deteriore sembra aver preso il sopravvento sulle produzioni musicali, avere una certezza sonora come i Boards of Canada è rassicurante.
  • Daft Punk – “Random Access Memory”. I Daft si lanciano su di un’opera di filologia musicale, con il recupero di quel suono prettamente disco che è un po’ la radice originaria del loro french touch. Certo, chi voleva l’house è rimasto deluso, così come chi voleva l’innovazione musicale a tutti i costi con conseguente nuova scalata della classifica dance. Al contrario, i Daft Punk si prendono una “pausa” (loro se lo possono permettere) e registrano quello che vogliono davvero. Il risultato è un disco commovente, gioioso e referenziale, in cui trapela tutta la loro passione per la musica e in cui il duo francese paga tributo ai loro eroi d’infanzia (a volte in maniera vistosa, come nel caso di Giorgio Moroder). Una bella parentesi nella loro discografia.
  • David Bowie – “The Next Day”. Oh, ascoltando il disco a me è venuta in mente una scena del tipo: c’è un tizio, ovviamente un fan sfegatato di Bowie, che negli anni ’70 si sta ascoltando Ziggy Stardust. Ad un certo punto viene catapultato nel 2013 e gli fanno sentire The Next Day. E lui lo vedi lì, un po’ spaesato, che ti chiede, «Bravino questo. Chi è? Mi ricorda troppo David Bowie». Eh già, perché in questo album, ad ascoltarlo bene e magari immaginandosi quella voce un po’ diversa del Bowie anni ’70, ci sembra di riconoscere proprio il David di cui tutti noi ci siamo innamorati da giovani. Brani come “Valentine’s Day” sono puro Duca Bianco. Ora, decidete voi se questo ricordare se stessi da giovani è una cosa positiva oppure no. A me non dispiace per nulla.
  • Foxygen – “We Are The 21st Century Ambassadors Of Peace & Magic”. Mi svegliouna mattina e, per una volta, decido di seguire il consiglio musicale di un mio amico. Così mi metto ad ascoltare l’ultimo lavoro dei Foxygen… ed è il delirio! Ho davanti un album che mi fa tornare alla mente i primi lavori dei Rolling Stones e in cui si può trovare una capacità addirittura superiore nello scrivere ritornelli orecchiabili, rispetto a Jagger & Co. Come nel caso di Bowie, possiamo stare a questionare se è davvero un pregio quello di ricordare così pesantemente un’altra band (e che band!) o se, al contrario, è solo un modo “facile” per scrivere musica (e comunque bisogna saper fare anche quello). Certo che se il gruppo a cui ci si ispira piace (come a me gli Stones) allora il giudizio non potrà che essere positivo. Quindi ascoltatevi questo We are the 21st, ecc, ecc… e lasciatevi trasportare sapientemente nel pop psichedelico anni ’60.
  • Kanye West – “Yeezus”. Il problema, me ne rendo conto, è che potrei bermi qualsiasi ca**ta partorita dalla mente malata di Kanye con la stessa facilità con cui bevo birra. Detto questo l’album non mi convince più di tanto, e diavolo che tutte ‘ste recensioni stavano a pomparlo come non mai. Sarà che preferisco ascoltare hip hop classico, piuttosto che contaminazioni di glitch, industrial, auto-tuned R&B e chi più ne ha più ne metta. C’è da dire, però, che ad ascoltare “New Slaves” e “Black Skinhead” un «Yeezus Christ!» mi è scappato.
  • The National – “Trouble Will Find Me”. Cercando di essere obiettivo devo dire che non è niente male. Il livello musicale dei National rimane, come sempre, invariato: qui la qualità è davvero rarefatta (“Graceless”, “Pink Rabbits”). Ma dato che a me non piace essere obiettivo per più di 10 secondi devo dire che, con la loro moscezza, ormai i National me l’hanno fatto a fette.
  • Nick Cave & The Bad Seeds – “Push The Sky Away”. Macchevelodicoaffare? Ascoltatevi il maestro Cave rileggere il cantautorato americano, mischiandolo sapientemente a blues, minimalismo e paranoie varie, e poi applaudite calorosamente. E se Push the Sky Away non vi piace sono davvero cavoli vostri.
  • Queens of the Stone Age – “… Like Clockwork”. Erano partiti da dio con il loro pulp-cartoon tutto violenza e marciume… e la musica, ovviamente, la musica rendeva come poche accoppiata ai disegni di Boneface. Poi prendi il disco nella sua interezza, lo ascolti e rimani lì, mezzo e mezzo. Per carità, niente male (cioè, di “If I Had A Tail” o “I Appear Missing” vogliamo parlarne? E il funk degenerato di “Smooth Sailing” cos’è?) però l’hype che si era creato dietro a questo album mi impedisce di essere pienamente soddisfatto. No, decisamente non ci troviamo davanti ad un Songs For The Deaf part 2.
  • Sigur Rós – “Kveikur”. Mi sbilancio e, prendendomi tutte le responsabilità, dico: “miglior album dai tempi di ( )“. Un giudizio più tecnico? Tra le mani abbiamo un Takk… in versione più rock.
  • The Strokes – “Comedown Machine”. Io non so più cosa fare con gli Strokes. Vogliamo la “marcitudine” degli esordi, Julian! Tutto il resto è roba già sentita.
  • Vampire Weekend – “Modern Vampires Of The City”. Una piccola gemma. Sì, è meno gioioso dei suoi predecessori. Certo, è più quieto e a tratti oscuro di Vampire Weekend o di Contra. Proprio per questi motivi, però, è una piccola gemma.
  • Yeah Yeah Yeahs – “Mosquito”. Qualche pezzo non è neanche male, ma la cosa più interessante da dire su questo Mosquito è che Karen O si è tinta i capelli di biondo e non sta neanche troppo bene.

Il Critico Integralista

Annunci

Una risposta a “Il Critico Integralista: gennaio-giugno 2013

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...