Appunti di Live: Muse

28 giugno 2013. Stadio Olimpico, Torino

MuseNon importa se sei uno di quei fan che avevano scoperto i Muse agli albori del nuovo millennio, con il video di “Sunburn” in massiccia rotazione su MTV Brand:New. Non importa se quello che ti piaceva era la selvaggia potenza muscolare dei loro primi album e se, da The Resistance in avanti, storci il naso per il nuovo percorso artistico. Non importa se non riesci a sopportare il fatto che Matthew Bellamy si creda il quinto Queen. No, non importa. Perché la band inglese è una perfetta macchina da spettacolo e tutto il resto passa in secondo piano. Assistere ad una loro esibizione live è qualcosa di speciale per la cura che ci mettono nell’allestimento del palco, nelle coreografie, nei visuals e pure nello scegliere la scaletta.

Il concerto di venerdì sera (prima tappa del loro mini-tour italiano) non ha fatto eccezione. Tralasciamo per un attimo la parte prettamente musicale e concentriamoci su quello che hanno messo in piedi da un punto di vista visivo. A metà strada tra gli show anni ’80 dei Pink Floyd e l’indimenticabile ZooTv Tour degli U2, i Muse prendono tutto, lo buttano in un calderone, ci aggiungono un po’ dell’estetica “da stadio” dei Coldplay e ci regalano Muse livequesto immenso The Unsustainable Tour. Abbiamo il maxischermo (denominato da Bellamy “Power Station”) su cui campeggiavano visuals psichedelici da far impallidire i Flaming Lips; un pallone aerostatico gigante a forma di lampadina che, svolazzando per tutto lo stadio, portava in giro un’acrobata in puro stile Cirque du Soleil; cannoni spara-coriandoli; un enorme passerella (lo Stage B) per stare ancora più a contatto con il pubblico; attori pronti a coreografare le canzoni; e il tocco di classe: sei-dicasi-sei ciminiere industriali da cui venivano sputati roboanti effetti pirotecnici. Queste sono solo alcune delle trovate scenografiche messe in piedi dal trio del Devon.
Magniloquente? Kitsch? Spettacolare? Ruffiano? Abbacinante? Sicuramente i Muse hanno raggiunto il risultato sperato: stupire, coinvolgere e rapire il pubblico in un’estasi musicale. Già, perché di non soli effetti speciali vive un concerto: la sua spina dorsale è la musica e se la band non si dimostra all’altezza, allora non possono bastare tutti i laser di questo mondo. Ed è qui che i Muse ti ripagano, perché anche se The Resistance e The 2nd Law ti sono piaciuti meno degli altri album, tecnicamente la band non si discute, inoltre ha questa sinistra tendenza a rendere quei brani che ti avevano fatto dire “beh” su disco in autentiche ire-di-dio dal vivo (qualche esempio? “Resistance”, “Follow Me” e pure “Explorers”).

Muse live 1Ma ora veniamo (ancor) più nello specifico allo spettacolo di venerdì sera.
Lo Stage B erutta improvvisamente fuoco, facendo abbronzatura e nuovo taglio di capelli all’ignaro pubblico presente, mentre “Supremacy” segna l’inizio di questa furiosa cavalcata musicale. Sul maxischermo centrale, un enorme reattore energetico vibra e sbuffa, seguendo la musica, mentre le ciminiere-sputafuoco ci danno dentro; l’atmosfera inizia già a surriscaldarsi… letteralmente. La band è tirata a lucido, con quel tocco di tamarria che fa tanto provincia inglese. Senza pause si passa a “Plug In”, perché anche i fan storici vogliono la loro parte. “Panic Station” è un divertente siparietto satirico (sullo schermo le versioni cartoon dei leader mondiali ballano questo funk in stile Prince), mentre “Map of the Problematique” dà quella sferzata dance-anni-’90 che è tanto cara ai Muse e che ritroveremo in molti altri brani. Non c’è che dire; un ottimo inizio.
Sulle note di “Animals” un attore interpreta un politico corrotto che lancia soldi sul pubblico; la performance termina con la sua “morte”, mentre lo stadio è sommerso da una doccia di “Muse-dollari”. Poi Christopher Wolstenholme s’incammina come un cowboy solitario fino al limitare dello Stage B per intonare “Man With a Harmonica”, ovviamente con la sua armonica. È il segnale: “Knights of Cydonia” è accompagnata da un’orribile effettistica kitsch sul maxischermo, ma il brano è uno degli highlight del concerto e Matthew si lancia in un incredibile assolo che spiazza i presenti. Si riduce un minimo l’intensità con la fin troppo queensiana “Explorers”, ma dura poco, perché subito dopo è il turno dell’uragano “Hysteria” e sembra di essere tornati ai mitici live del 2007. La classica jam basso/batteria ci introduce sulle note di “Feeling Good”, dove un’ammiccante donna in carriera, vestita da sexy-segretaria, sfila in passarella, poi inizia a bere in maniere provocante da una pompa di benzina. Tutto molto buono. Tutto molto giusto.
È il momento delle influenze elettroniche di “Follow Me” e “Madness, tanto a pareggiare il tutto ci pensa l’atteso revival dei giorni passati con “Time Is Running Out” e “Stockholm Syndrome”; delle vere e proprie fucilate spezza-gambe. C’è addirittura bisogno di una breve pausa per riprendersi. La band scompare un istante per riapparire magicamente sullo Stage B per la sezione più “emozionale” del concerto (“Unintended”, “Blackout”, “Guiding Light”). Ancora una pausa, interrotta da “Unsustainable” che per poco non butta giù lo stadio, mentre le sei bocche da fuoco lavorano a pieno regime. Fuck  the environment!
Per dimostrare, però, come la musica sia più importante degli effetti speciali ecco venirci in soccorso “Supermassive Black Hole”: no visuals, no fire, risultato? Il pubblico si scatena ancora più di prima. Tranquilli, giovani piromani, “Survival” oltre ad essere un altro highlight del concerto ci offre il canto del cigno delle potenti ciminiere. È uscito così tanto fumo che probabilmente i Muse saranno condannati per inquinamento atmosferico.
Nell’ultimo encore la band ci regala “Uprising” e “Starlight” e, no, nessun effetto speciale particolare; il modo migliore per concludere un’esibizione del genere.

È stato un concerto perfetto quasi sotto ogni aspetto (sapete com’è, mi aspettavo “Sunburn”), peccato per i livelli sonori che risultavano a mio avviso un filo troppo bassi e rendevano l’esibizione un po’ meno coinvolgente. Che Matthew abbia avuto paura di dover pagare la classica multa al comune nel caso avessero sforato i decibel consentiti? Ultimo sassolino dalla scarpa che devo levarmi: sfiga per i gruppi spalla. Arcane Roots e We Are The Ocean? Per carità, bravi, ma nulla in confronto ai Biffy Clyro e ai miei eroi romantici, i Calibro 35: avrebbero suonato come guest il giorno seguente, peccato. Ma queste sono comunque pecche di poco conto, utili da inserire a fini “giornalistici”: semplicemente è stato un piacere assistere a questo grande carrozzone visivo e musicale. E se ve lo scrive uno che li aveva già visti dal vivo in altre due occasioni, potete crederci.

Rockabilly Joe

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