I 10 migliori voltafaccia musicali

Random Access MemoriesLa svolta sonora dell’ultimo album dei Daft Punk ci ha ispirato a scrivere questo post senza pretese sui 10 migliori voltafaccia musicali, ma prima di incominciare a snocciolare posizioni è meglio spigarvi i parametri che ci hanno aiutato a compilare questa breve classifica.
Innanzitutto cosa intendiamo per “voltafaccia”? Rientrano in questa categoria quegli artisti che sono riusciti a reinventarsi completamente da un punto di vista artistico-musicale, al punto di creare un suono completamente nuovo o addirittura di “migrare” in un altro genere musicale. Altri parametri per rientrare in questa tipologia sono che la “svolta” nella loro carriera è giunta in maniera assolutamente inaspettata e improvvisa (quindi niente band il cui «suono si è evoluto in maniera naturale, come già si poteva immaginare ascoltando i loro primi album»). Inoltre in entrambe le fasi della loro carriera questi artisti devono aver raggiunto uno status di celebrità, di artista a tutto tondo (questo è il motivo per cui musicisti come i Beastie Boys sono fuori dalla classifica: la loro fase hardcore punk iniziale sarà pure stata valida, ma non ha mai ottenuto un gran riscontro di pubblico/critica).
Altro termine chiave è “migliori”: se il voltafaccia non è valido e non ha prodotto materiale di buon livello, allora non lo abbiamo neanche preso in considerazione. Un esempio? Il passaggio di Snoop Dogg dall’hip hop al reggae, sotto il monicker Snoop Lion, non ci ha certo regalato un disco memorabile -eufemismo-, per questo motivo il buon Doggy non ha “fatto la classifica”.
Poi è ovvio, è una classifica con 10 posti disponibili, quindi a qualcuno è toccato restare fuori (che dire di Apparat o dei Bee Gees). Non vuol dire che non li avevamo presi in considerazione, solo che magari erano all’undicesimo o al diciasettesimo posto. Già, a volte le scelte sono difficili.

  • 10 Neffa. Sarà pur vero che il salto dall’hip hop al soul è breve per una questione di affinità di genere, ma riuscire a farlo con la maestria di Giovanni Pellino è roba da pochi. Lo troviamo al numero 10 solo perché, pur nella sua raffinatezza artistica, il non cantare in inglese gli ha precluso una visibilità e un successo maggiori.

  • 9 Sting. Dagli esordi decisamente punk con i Police (“Fall Out“), alla loro new wave colorata di reggae, fino al raffinato cantautorato pop del suo periodo solista. Sting ha passato diverse fasi nella sua carriera, cercando sempre di reinventare e di espandere il suo suono, fino agli estremi della musica colta. Non sempre ci è riuscito nel migliore dei modi (vogliamo citare Songs From the Labyrinth o If on a Winter’s Night? Boring!) e per questo si ritrova solo al numero 9, ma lo sforzo e l’impegno da parte sua non sono mai mancati.

  • 8 Damon Albarn. Damon ha sempre dimostrato di aver voglia di sperimentare, fin dalla sua militanza nei Blur (pensiamo a Think Tank o al singolo “Music is My Radar“). Con i Gorillaz ha esplorato il suo lato più hip hop, mentre con The Good, The Bad & The Queen ha placato la sua voglia di concept album, ma non è questo che gli ha assicurato un posto nella nostra classifica. Mr. Albarn si trova qui soprattutto per il suo musical in mandarino Monkey: Journey to the West, per il suo lavoro alla scoperta di culture musicali “altre” (la compilation Kinshasa One Two e i Rocket Juice & the Moon) e per la sua rock-opera Dr. Dee. Eclettico è dire poco.

  • 7 Radiohead. Passare da band alternative rock, ancora indebitata con il britpop dei Blur, a gruppo art rock che sfrutta le potenzialità della musica elettronica e della nascente IDM non è così facile come l’hanno fatto sembrare i Radiohead: paragonare brani come “Anyone Can Play Guitar” e “Lotus Flower” è come ascoltare due gruppi diversi. Però è proprio grazie alla loro fase “elettronica” post-Ok Computer, che i Radiohead sono diventati una delle band più apprezzate e venerate degli ultimi vent’anni.

  • 6 Danny Elfman. I suoi esordi sono da ricercarsi agli albori degli anni ’80, come frontman di una band cult quale gli Oingo Boingo (di cui vi abbiamo già parlato in un’altra occasione). Danny è poi riuscito a reinventarsi come autore di alcune delle più belle colonne sonore mai realizzate, sia in tandem con l’amico Tim Burton (Edward mani di forbice, Batman), sia in solitaria (Will Hunting – Genio ribelle, Spider Man). Pura eccellenza.

  • 5 Bob Dylan. Dobbiamo davvero spiegarvi perché Bob si trova al numero 5? La svolta elettrica di Newport nel 1965 vi dice niente? Quello sì che è stato uno dei voltafaccia musicali più inaspettati della storia della musica: da menestrello folk ad autentica rock star. È riuscito a scatenare perfino le ire del suo pubblico devoto.

  • 4 Herbie Hancock. Una delle figure cardine del panorama jazz mondiale, Hancock ha incominciato inserendosi nella scia del bebop, poi dell’hard bop e infine del post-bop; tutti sottogeneri che ha ampiamente aiutato a sviluppare. La vera svolta, però, è avvenuta prima con l’appassionarsi al nascente genere fusion e in seguito con le sue contaminazioni musicali funk ed electro. “Rockit” (1983) è ancora oggi il manifesto del suo voltafaccia, che gli ha regalato notorietà e successo (come se non ne avesse avuti già prima).

  • 3 Fatboy Slim. Il buon Norman Cook una volta era il bassista degli Housemartins, band jangle pop di buon successo negli UK. Prima di trasformarsi nel mago del big beat, Fatboy Slim, il nostro eroe ha anche avuto il tempo di mettere su i Beats International, un gruppo che ha prodotto hit dal sapore dub, come “Dub Be Good to Me“. Lo troviamo al numero 3 perché ascoltare il pop inglese degli Housemartins e passare poi a “Right Here, Right Now” non è per tutti.

  • 2 Miles Davis. Quando parlavamo di Herbie Hancock abbiamo citato la fusion, ora grazie a Miles Davis possiamo completare il discorso. Su Miles si potrebbe andare avanti a parlare per ore: considerato dai più come l’inventore di due sottogeneri del jazz come il cool e il modal, noi lo mettiamo al numero 2 per la sua svolta fusion. In a Silent Way e Bitches Brew sono due dischi che hanno letteralmente aperto un mondo a chi ascoltava jazz agli inizi degli anni ’70, infarciti come sono di riferimenti colti e non. Negli anni Davis ha continuato a sperimentare con la musica, da grande genio quale è sempre stato, ma per noi il vero voltafaccia è quello elettrico.

  • 1 Brian Eno. A questo livello numero 1 e numero 2 sono praticamente intercambiabili. Lo diciamo prima che orde di fan incavolati ci mandino sacchi di lettere minatorie; ricordate però che la classifica non è data dalla grandezza dell’artista in sé o al contributo che ha portato alla storia musica, bensì solamente dal suo “voltafaccia musicale”. Comunque eccoci qui: il numero 1 per noi è Brian Eno, uno di quei guru musicali che sono passati dall’avere una rock band come i Roxy Music, con cui mettere in piedi brani del genere, a (re)inventare praticamente da soli interi generi (l’ambient) e filosofie musicali (la generative music).

La Redazione

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Una risposta a “I 10 migliori voltafaccia musicali

  1. come avete detto voi ce ne sarebbero tanti altri di artisti del genere, ma è una classifica con solo alcuni posti disponibili, non si può metterli tutti. giusto quindi metterci dentro dei paletti per motivare le decisioni e perché no, utilizzare anche un po’ di gusto personali..altrimenti queste classifiche sarebbero tutte uguali, no?

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