I Cani – “Glamour”

“Glamour”, I Cani, 2013.

«Ormai il mondo non si divide più in a chi piacciono i Beatles e a chi i Rolling Stones, ma a chi piacciono I Cani e a chi no» (cit.)

i-cani-glamourRicordo che il mio primo approccio con I Cani avvenne in maniera abbastanza casuale. La band, infatti, mi aveva inviato una richiesta di amicizia su facebook (sì, all’epoca utilizzavano ancora un profilo personale al posto che una pagina) e sulla loro bacheca campeggiava il video di “Velleità”. Ad ascoltarlo, il brano mi colpì per i suoi synth molto ’80s, la melodia sporca ma orecchiabile e l’estetica hip (corredata dalle polaroid del suddetto video). Poi venne il turno dell’album di debutto, Il Sorprendente Album D’Esordio De I Cani, e la scena si ripeté allo stesso modo: tutto molto hip, tutto molto orecchiabile. Nonostante questo, percepivo una nota di disagio ogni qualvolta li ascoltavo. Non ci misi molto a capirne il motivo: da un lato iniziavo a patire la vena polemica -e un po’ sterile- che permeava i loro brani e che prendeva in giro il movimento hipster, più che altro perché I Cani (o meglio Niccolò Contessa) giocavano con quella cultura, la usavano per poi risputarla polemicamente. Ora io sono un fan della polemica, davvero, ma quando è fine a se stessa allora mi viene da dire “beh?”. Dall’altro uno dei miei piccoli piaceri segreti -da stronzo, lo ammetto- era quello di farmi grasse risate alle spalle dei ragazzini/e che postavano su instagram foto di calze a righe e dell’ultima copia de Il re pallido comprata di fresco, citando versi da “Hipsteria”… insomma, un minimo di consapevolezza, stai condividendo un brano che non dà un’immagine così lusinghiera del cliché in cui ti stai trasformando.

Per quanto riguarda Glamour, la modalità con cui mi sono imbattuto in questo soprendente secondo album de I Cani sono state più o meno le stesse (leggi social network): un paio di giorni fa mi accorgo che su youtube c’è lo streaming integrale del disco, un piccolo regalo della stesso Niccolò. Ed è stata davvero una sopresa piacevolissima. Sì, perché anche se non sarà una considerazione condivisa dai più, all’album di debutto, preferisco di gran lunga questo Glamour. Sempre molto orecchiabile (l’avrete capito ormai, che le mie considerazioni partono quasi sempre dal lato prettamente musicale di un brano) cerca però di variare quando possibile suoni e basi (il pop di “San Lorenzo” farebbe contento un Samuele Bersani) che qui si fanno meno aggressivi e citano dai Baustelle fino a Dominique A. Non sto dicendo che Niccolò lo faccia sempre bene, ma quantomeno ci vedo un tentativo di evoluzione. La sorpresa maggiore di Glamour sono, però, i testi. Pur mantenendo lo stile e i riferimenti farciti di frizzante cultura pop tanto cari al precedente lavoro, sembra che la vena più polemica di cui parlavamo in precedenza si sia a tratti placata (ritorna, come nei migliori sequel, nel singolo “Non c’è niente di twee” e in misura minore in “Storia di un artista”) lasciando il posto a testi riflessivi, personali e perfino fragili. Non basta più ascoltarli come parte della musica, ora bisogna tentare di capirli. Mettendo da parte Foster Wallace, le ragazzine romane, Wes Anderson e le apericene, Niccolò decide parla di sé e delle sue insicurezze anche -se non soprattutto- quando cita Vera Nabokov o i Fine Before You Came.

Al contrario del lavoro precedente Glamour non ha più la sua chiave di volta nella cultura hip, e se vogliamo è molto meno d’impatto, ma proprio per questo pare più maturo e genuino. Toccherà aspettare una terza prova che ci confermi la direzione che vorrà intraprendere Niccolò. Intanto io torno a mettermi dalla parte di “a chi piacciono I Cani”… a proposito, consigli su come smettere di ascoltare “Storia di un impiegato” e “Lexotan”?

Rockabilly Joe

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