Underground Music History: Nick Drake

Nick+Drake+NickDrakeMi pare davvero strano parlare di un personaggio come Nick Drake in uno dei miei Underground Music History. Mi spiego: essendo cresciuto a pane e cantautori folk (Drake era, assieme a Buckley senior e a Donovan, uno dei pallini di mio padre) per me Nick è uno di quei musicisti che inserisco nella categoria “lo conoscono tutti”. Invece, nell’ultimo periodo, mi sono accorto di non essere mai stato più in errore di così. Per questo ho deciso di utilizzare questa puntata di UMH per educare i miei fedeli lettori all’ascolto di questo incredibile musicista.

Nato in Myanmar da genitori inglesi, Nicholas Rodney Drake fu spinto alla musica fin dalla più tenera età. Sia la madre che il padre erano, infatti, grandi appassionati e scrivevano canzoni, seppur non in maniera professionale. Durante il periodo scolastico Nick si dimostrò, invece, incline alle attività sportive; fu eccellente centometrista e capitano della squadra di rugby. La musica, però, fu sempre parte integrante del suo processo di maturazione. Imparò a suonare il clarinetto e il sassofono, inoltre formò una band con i suoi compagni di scuola, chiamata The Perfumed Gardeners, con cui suonava cover R&B, oltre a pezzi tratti dal repertorio degli Yardbirds e di Manfred Mann. Leggenda vuole che Chris De Burgh fece un’audizione per entrare nel gruppo, ma fu rifiutato perché considerato “too poppy“. Trasferendosi in Francia, all’università di Aix-Marseille, Nick continuò il suo sviluppo musicale e imparò a suonare la chitarra. Inoltre iniziò a sviluppare un discreto interesse per i passatempi più “lisergici”, come cannabis e LSD. Il ritorno in Inghilterra coincise con un’esperienza non troppo esaltante a Cambridge. Per Nick, ormai, studi e sport non rappresentavano più uno stimolo; preferiva di gran lunga restare in dormitorio a fumare e a strimpellare la chitarra. Il momento fu però decisivo per la sua crescita musicale: fu l’istante in cui scoprì i grandi cantautori folk americani, come Bob Dylan e Phil Ochs. Il suo percorso artistico era ormai segnato. Nel ’68 incominciò a esibirsi in alcuni dei locali “giusti” di Londra e in una di queste serate conobbe il bassista dei Fairport Convention che lo presentò Joe Boyd, proprietario della Witchseason Production. Grazie a lui, Nick incominciò la sua avventura discografica.

Five Leaves Left (1969) è l’album di debutto. Un disco naïve, in cui scopriamo le doti poetiche di Nick, oltre al suono che lo renderà celebre: per Drake, infatti, la poesia dei testi va di pari passo a un arrangiamento musicale e a un utilizzo monotono della sua voce che sembra quasi voler annullare il coinvolgimento emotivo. Vero e proprio minimalismo musicale (qui rotto sommessamente da dimessi arrangiamenti orchestrali) che produce un senso di spettralità pacificatrice. Bryter Layter, disco dell’anno successivo, sviluppa in maniera più matura la cifra stilistica di Nick. Ad ascoltarlo vengono in mente Van Morrison e Tim Buckley; al minimalismo musicale si sostituisce un sottile richiamo alle ritmiche del jazz da nightclub, ma questa nuova eleganza non fa perdere d’intensità le sue canzoni che, anzi, acquistano profondità a livello di coinvolgimento emotivo. Infatti, anche se la voce di Drake è sempra distaccata, i suoi testi parlano di esperienze dolciamare, seppur in quella sua classica maniera fin troppo semplice e tenera. Come nel caso di Five Leaves Left, anche questo secondo album non si dimostrò efficacie a livello commerciale, ricevendo tra l’altro giudizi di critica molto contrastanti. Oltre a ciò, il disinteresse del pubblico per le sue esibizioni dal vivo e la perdita di Boyd, ora volato a Los Angeles per lavorare con la Warner Brothers, fecero fare a Drake un passo in avanti nella spirale della depressione, malattia di cui aveva esibito i primi sintomi già nel periodo scolastico.

Questa situazione è ben visibile ascoltando i testi del suo terzo e ultimo album, Pink Moon, uscito nel 1972. Registrato in due sole notti, si tratta del più radicale dei suoi lavori: il minimalismo negli arrangiamenti, che sembrava essere stato abbandonato in Bryter Layter, è qui portato alle sue estreme conseguenze, quasi a voler sottolineare la sua fragilità psicologica. Desolazione, isolamento, caducità e sofferenza: questo traspare in Pink Moon. Ma il travaglio di Drake ha avuto il pregio di averlo portato a creare il suo capolavoro. Infatti, quello che possiamo ascoltare in Pink Moon sono le confessioni del lato più oscuro e personale del cantautore, che si mostra nudo ai suoi ascoltatori. Il culmine di questa depressione è “Things Behind The Sun“, capolavoro perverso che ci mostra fino a che punto del baratro era scivolato Drake.

Quando Pink Moon uscì per la Island Records, Nick era tornato a vivere con i genitori a Tanworth-in-Arden. Distrutto psicologicamente, faceva letteralmente la fame, vivendo solo delle 20 sterline la settimana che gli passava la sua casa discografica. Nel febbraio del 1974 Drake dichiarò di essere pronto a lavorare su un quarto album, ma le prime session di registrazione incominciarono con i peggiori auspici. I timori per la salute di Nick presto si trasformarono in certezze: nel novembre di quell’anno fu ritrovato morto a causa di un overdose di antidepressivi. Così si concluse la vita di uno degli artisti più trascurati del suo tempo. Gli anni ’90 videro un ritorno di popolarità postumo per il lavoro di Drake, riscoperto da musicisti come Peter Buck e Robert Smith e, più recentemente, citato come influenza fondamentale da artisti quali Lucinda Williams, Lou Barlow e Badly Drawn Boy. Una situazione che rende ancora più amaro il racconto di una vita travagliata.

Paolo Maugerio

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