Il Critico Integralista: luglio – dicembre 2013

Critico Integralista

Finalmente è Natale. L’atmosfera si fa più magica, siamo tutti più buoni, in televisione passano le pubblicità del panettone Bauli e su La Lira di Orfeo esce il nuovo post firmato Critico Integralista… che poi sarei io. Davvero non so cosa potreste chiedere di più. Recensioni più equilibrate, dite? Oh, piantatela che senza di me non sapreste riconoscere un disco decente dall’ultima fatica di Gipo Farassino (pace all’anima sua). E poi lo sappiamo tutti che senza la mia scoppiettante rubrica, che riflette gli umori e i valori dell’appassionato di musica medio, voi neanche lo guardereste questo blog, quindi veniamo a noi…

Prima di iniziare chiedo però venia. Una volta di più alcuni collaboratori de La Lira mi hanno impedito di dire la mia su un paio di dischi importanti, come l’ultimo de I Cani (braccia rubate all’agricoltura) o quello degli Arcade Fire (questo, invece, gran bel lavoro). Su, non fate quella faccia, tutto sommato direi che potete anche farvi bastare questa breve lista di seconda metà 2013. In caso contrario quella è la porta.

  • Arctic Monkeys – “AM”. Cazzuti. Ormai è da qualche tempo che le scimmie hanno messo da parte il suono al fulmicotone degli esordi, ma con AM sembrano finalmente aver trovato la loro dimensione. Pare il disco della maturità definitiva, con chiari riferimenti ai Queens of the Stone Age (ormai Josh Homme è un po’ l’eminenza grigia degli inglesi) e un paio di pezzi che potrebbero stare bene nella colonna sonora di un film di Rodríguez. Machete approves.
  • Darkside – “Psychic”. Semplicemente eccezionale. Echi “pinkfloydiani”, viaggi “kubrickiani”, beat riverberati, progressioni armoniche degni degli ultimi Radiohead, pop notturno à la James Blake. In Psychic, le distorsione elettroniche di Dave Harrington completano brillantemente gli ampi spazi eterei, tipici delle composizioni di Nicolas Jaar. Un disco da avere assolutamente. Magari in vinile.
  • Drake – “Nothing Was the Same”. Se siete delle ragazzine che hanno bisogno di farsi un bel pianto purificatore questo album fa per voi. Non dimenticatevi i kleenex.
  • Editors – “The Weight of Your Love”. Ma che cos’è tutta questa estetica da stadio à la U2 (ma gli U2 brutti, quelli brutti per davvero)? Ed io che ho pure perso del tempo ad ascoltarlo. ora chi me li ridà questi 40 minuti?
  • Edward Sharpe and the Magnetic Zeros – “Edward Sharpe and the Magnetic Zeros”. La gioia di vivere! Questo album ti mette addosso la gioia di vivere! Davvero, vi consiglio caldamente di ascoltarlo la domenica mattina, appena svegli. Sarà un po’ come rinascere.
  • Gogol Bordello – “Pura Vida Conspiracy”. Il solito collaudatissimo sound sbilenco e caciarone per Eugene e compagni. Forse un po’ meno selvaggi che nei primi dischi, ma ancora perfetti per scatenarsi alle feste, buttando giù un paio di bottiglie di quello buono.
  • Haim – “Days Are Gone”. Diciamolo, le sorelle Haim non sono certo delle reginette di bellezza, ma la loro musica ne sa a pacchi. Sì è vero, si tratta di “semplice” pop, ma ogni tanto uno di quei bei dischi, quelli di cui ogni traccia potrebbe essere un singolaccio potenziale, fanno bene al cuore.
  • Jay-Z – “Magna Carta Holy Grail”. Gettiamo la maschera, il disco non è memorabile. Non è memorabile perché, pur dopo svariati ascolti, nessuno di questi brani riesce a rimanerti addosso. Insomma, il prodotto finale e molti dei pezzi proposti sono buoni, ma c’è questa sinistra tendenza a dimenticarseli appena schiacciato ‘stop’.
  • Janelle Monáe – “The Electric Lady”. Lei è il vero futuro del soul contemporaneo. Piena di energia, idee, bellezza, talento e con una voce che è il sogno bagnato di qualsiasi cantante black, Janelle partorisce brani da “Serie A” con la stessa facilità con cui Balotelli va a rete con l’ultima strappona di turno. Forse il disco è un filo meno fantasioso del precedente The ArchAndroid (che dispiegava una serie di stili e generi musicali incredibilmente eterogenei), ma proprio per questo molto più solido. Sicuramente uno dei migliori del 2013.
  • King Krule – “6 Feet Beneath The Moon”. L’album è molto bello, però io avevo delle aspettative decisamente maggiori per il debutto del Re. Forse, proprio per questo motivo, non sono particolarmente attendibile nel mio giudizio, ma io ridimensionerei un po’ tutto l’entisiasmo che c’è lì fuori.
  • MGMT – “MGMT”. In questo ultimo lavoro, gli MGMT si premurano di coprire con quante più distorsioni, loop, rumori e corbellerie pseudo-psichedeliche, brani al massimo buoni per una raccolta di b-sides.
  • Nine Inch Nails – “Hesitation Marks”. Ho letto tantissime recensioni che davano per morto Trent Reznor e che attaccavano questo Hesitation Marks, perché “ormai non c’è più traccia dell’epopea geniale di The Downward Spiral“. Ok, forse mi sono perso qualcosa, ma The Downward è del 1994. Nel mentre Trent ha pubblicato altri 5 dischi, più qualche colonna sonora. Insomma, non è una novità che il suo sound non sia più quello di un tempo (e poi diciamolo, dischi del genere ti vengono fuori solo una volta nella carriera… con le dovute eccezioni). Quindi basta fare gli hater: il disco non sarà geniale, ma è particolarmente apprezzabile. Nei testi è meno cattivo del solito (anche Trent matura), ma sempre emozionalmente coinvolgente. Il sound è più synth –à la Depeche Mode, per intenderci- ma comunque perfetto per l’atmosfera che vuole esprimere. No, non è The Downward Spiral, ma io lo trovo abbastanza figo. Anche così.
  • Shigeto – “No Better Time Than Now”. Uno degli album più stilosi del 2013. Insomma, brani come “Detroit Pt. I” e “Miss U” valgono da soli l’ascolto. Se però cercate un bel beat prepotente che vi tiri giù dal letto, ho paura che dovrete cercarlo altrove.
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