Appunti di Live: Darkside

17 marzo 2014. Teatro Carignano, Torino.

Sold out” recita il cartello appeso sul vetro della biglietteria, mentre tutt’intorno è un via vai di gente  trafelata, che si affretta a superare i controlli all’ingresso. Intanto nell’aria già si espandono le asimmetriche note di High Water. Cerchiamo rapidamente posto, ma sembra che le poltrone in platea siano state tutte prese d’assalto, così come quelle ai palchi superiori. Rimane la “piccionaia” al quarto piano del Carignano ad aumentare il senso di vertigine musicale della serata. Intanto Will Epstein (vero nome di High Water) continua imperterrito con i suoi suoni confusionari che uniscono ritmi dinamici, linee melodiche di sassofono -distorto e “loopato”- e linee vocali ammalianti. Lisergico il giusto e sostenuto da brillanti giochi di luce che accecano il pubblico, Will sembra l’antipasto perfetto al tanto atteso concerto dei Darkside.

Darkside liveLa mezz’ora successiva di pausa, che pesa come un macigno sul pubblico, non spegne, però, l’entusiasmo per l’ingresso in scena di Nicolas Jaar e Dave Harrington. L’atmosfera si fa sempre più steampunk mentre il palco si riempie di fumo e i Darkside si trasformano in presenze misteriose ed eteree, ammantate di penombra. Buttano giù un accenno di ritmo che, tra synth, layers e rintocchi di chitarra distorta, si protrarrà per diversi minuti fino a trasformarsi in “Freak, Go Home” (sappiamo che Jaar e Haarington sono maestri dell’intro, ma qui hanno elevato l’attesa a vera e propria opera d’arte). Sulle loro teste pende il disco lunare/specchio riflettente che è ovvio richiamo al darkside ‘floydiano’: la luce colpisce lo specchio che la rimbalza sul pubblico, creando un bell’effetto di tridimensionalità.

Il concerto continua con qualche silenzio di troppo tra un brano e l’altro. Psychic viene suonato quasi per intero, mentre il set si sviluppa in maniera semplice e ripetuta: ognuna delle 6 tracce tracce viene qui “stirata” e allungata all’inverosimile, in perfetto stile ambient, mentre gli effetti di luce sottolineano passo dopo passo il momento sonoro. È una pratica che spacca il pubblico, con una metà buona che si gusta l’atmosfera psicotropa creata da lyers e feedback, aspettando il drop che risolve l’attesa e che dà la sferzata di ritmo, e l’altra metà che mugugna perché… beh, perché questo tappeto sonoro ogni tanto è eccessivamente statico. Io sto con i primi tutta la vita, ma posso comprendere i motivi di pacata irritazione dei secondi. Jaar fa il lavoro sporco, metre Harrinton si lancia in preziosismi chitarristici di stampo tipicamente ’70s, che richiamano alla mente tanto Gilmour quanto Fripp nell’uso degli effetti (non li sto paragonando, dico solo che il sound di Dave li fa tornare alla memoria). I suoi giri bluesy su “Paper Trails” sono tanto leggendari quanto efficaci; da sognarseli la notte. L’encore, infine, è dedicato a una versione di “Golden Arrow” accorciata (sorpresa!) e velocizzata nel finale, tanto che diviene aglomerato liquido di suoni e perfetto svarione lisergico… devo, però, dire che non mi ha soddisfatto fino in fondo.

In realtà potrei applicare il giudizio riservato all’ultimo brano a tutto il concerto: location perfetta, organizzazione impeccabile (i ragazzi dell’Alfa Mito Club to Club sono sempre una pista avanti a tutti) e live di ottimo livello. Però la sensazione finale è stata che i Darkside avrebbero potuto fare di più, musicalmente parlando, se soltanto avessero voluto. Sembrava davvero mancare qualcosa nell’impasto sonoro: tutto troppo lineare e, a parte in un paio di occasioni, non c’è mai stato il cosiddetto colpo di coda. Forse il problema erano le aspettative eccessive. I visuals e le luci sono stati discreti, non invadenti, ma particolarmente efficaci e convolgenti. Diciamolo, si sono rivelati parte del motivo per cui il live è andato oltre la sola sufficienza. Ancora una volta non voglio fare il polemico, perché  la qualità sonora era di livello eccelso, però mancava quel quid in più che ti fa venire voglia di urlare fiero agli amici: “io c’ero!”.

Infine un piccolo inciso sull’annoso problema dei posti. Come tutti i teatri operistici, inaugurati nel periodo settecentesco o giù di lì, anche lo splendido Teatro Carignano soffre del “problema” visuale: dalla platea le poltrone offrono un punto di vista perfetto del palco, nelle altre postazioni, però, si va decisamente peggiorando. Nei palchi ai piani superiori solo chi sta in prima fila, a ridosso della balaustra, può vedere senza problemi, mentre gli altri occupanti sono costretti a stiramenti di collo di ‘robespierriana’ memoria. Non parliamo poi del quarto piano (dove alloggiavamo noi), in cui solo due o tre file conservano una visuale discreta del palco, mentre per gli altri niente. Sappiamo bene che gli organizzatori avevano pregato di arrivare per tempo, ma alcune volte, causa lavoro, proprio non si riesce ad arrivare troppo in anticipo. Inoltre, se noi avessimo comodamente preso posto in platea, a qualcun altro sarebbe toccata la nostra sorte da regi piccioni teatrali (e forse non avrei sollevato l’annosa questione in questo report). Almeno, quando la gente va a vedere uno spettacolo di alto profilo (leggi ‘di opera lirica’) in teatri di siffatta architettura, a chi si ritrova con il posto sfortunato viene praticato uno sconto di prezzo (a prezzo maggiore equivale posto più figo: equazione semplice). In questo caso, invece, l’unitarietà dei costi può lasiare un po’ con l’amaro in bocca chi ha fatto le corse per cercare di arrivare in tempo e poi finisce dietro una colonna portante o nel retro di un palchetto al terzo piano. Ma con questo non vogliamo sminuire né il concerto in sé, né l’organizzazione e menchemeno la fantastica location del Teatro Carignano.

DJ Mix

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