Underground Music History: Cactus

Questa mia rubrica, Underground Music History, ha uno scopo puramente divulgativo. Lo stesso termine ‘underground’, molte volte non rappresenta appieno gli artisti di cui andiamo a parlare. La mia scelta viene da conversazioni reali con amici e conoscenti: quando qualcuno mi dice che non conosce Nick Drake o che non ha mai sentito nessun disco degli Oingo Boingo, mi sento quasi obbligato a scrivere un articolo su questi artisti. Come potete vedere, quindi, underground non è sempre sinonimo di artista oscuro o indipendente, ma semplicemente di poco conosciuto. Questo è anche il caso dei Cactus, band blues-rock indubbiamente famosa in America agli inizi degli anni ’70, ma troppe volte ingiustamente snobbata e comunque non particolarmente rinomata qui da noi in Italia. Ma come scrivevo in precedenza, UMH ha uno scopo prettamente divulgativo ed eccoci, quindi, correre in vostro aiuto.

cactus5Verso la fine del 1969 la sezione ritmica dei seminali Vanilla Fudge (il bassista Tim Bogert e il batterista Carmine Appice) ha questa idea visionaria di formare un power trio con il leggendario chitarrista Jeff Beck. Purtroppo non appena ti metti a fare piani del genere, stai pur certo che il fato ci metterà lo zampino; in questo caso sottoforma di incidente d’auto che metterà il buon Beck fuori gioco per più di un anno. Bogert e Appice hanno però già in mente il “piano B”: chiamano allora il chitarrista blues Jim McCarty (già Detroit Wheels e Buddy Miles Express), fanno un fischio al cantante hard rock Rusty Day e in meno di qualche mese i Cactus sono a pieno regime e in procinto di sfornare il primo album omonimo. È il luglio del ’70, infatti, quando esce Cactus: il disco propone materiale originale così come ottime cover di Mose Allison e Willie Dixon e va a creare un blues-rock duro e puro sostenuto dalla sezione ritmica, su cui può esplodere il talento di McCarty (ascoltate “Parchman Farm” su tutte). Questo è probabilmente l’apice del lavoro dei Cactus che, pur mantenendo altissimo il livello dei loro lavori successivi, mai riusciranno a bissare questo fantastico debutto.

Nel febbraio dell’anno successivo viene dato alle stampe One Way… Or Another, disco sophomore che offre un sound più raffinato, ma ancora una volta memore della lezione elettrica dei Foghat e dei Grand Funk Railroad e in cui spicca una scatenata “Big Mama Boogie”. Ma i Cactus sembrano avere il diavolo alle calcagna e già in ottobre esce Restrictions, lavoro che ripete la fortunata formula musicale dei suoi predecessori. Questo, però, è anche il disco che segna l’inizio della fine: McCarty lascerà a fine anno per dissapori con gli altri membri della band e poco dopo Bogert e Appice licenzieranno Rusty Day. Il canto del cigno è affidato a ‘Ot ‘N Sweaty (1972), in cui alla sezione ritmica dei Vanilla Fudge si affiancano Werner Fritzschings alle chitarre, Duane Hitchings alle tastiere e Peter French (ex Atomic Rooster) alla voce: dopo aver ascoltato la magnificenza blues dei primi tre dischi precedenti è quasi superfluo stare a parlare di questo ‘Ot ‘N Sweaty, che però ha il pregio di regalarci alcuni ottimi brani come “Bad Stuff” e “Telling You”.

Intanto Jeff Beck si è ripreso ed è pronto a buttarsi anima e corpo in un nuovo progetto musicale. Ecco, allora, tornare di attualità l’idea del power trio: insieme, il trio dara alle stampe il capolavoro Beck, Bogert & Appice, bissato da un roboante Live in Japan. I Cactus sono, quindi, messi in stand-by in vista di tempi migliori, tempi che sembrano arrivare nel 2006, quando la band (ora formata da Bogert, Appice, un redivivo McCarty, più Jimmy Kunes alla voce) si imbarca in una serie di live in giro per il mondo e addirittura pubblica Cactus V, disco che non ha nulla a che spartire con i fasti del passato e segna la fine dei Cactus. O almeno, segna la fine dei Cactus come tutti noi li conosciamo e amiamo. Già, perché in giro per il mondo, proprio in questo momento, ci deve essere una nuova versione della band con chissà quali componenti e session men tra le sue fila. A volte le leggende musicali, per quanto grandi esse siano, non portano il dovuto rispettano nemmeno alla loro stesse creature.

Paolo Maugerio

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