TJF 2014: una settimana in jazz

Torino, 25 aprile-1 maggio.

tjfÈ incredibile pensare quanto sia cresciuto in importanza il Torino Jazz Festival in soli tre anni di vita. Nella partecipazione del pubblico -principalmente-, ma anche nella risposta sempre più numerosa da parte di artisti internazionali, desiderosi di esibirsi su di un palcoscenico di siffatta importanza. In ultimo nell’organizzazione messa in campo dalla città piemontese, sempre impeccabile.

Certo, io da squattrinato amante del jazz (in questo mi piace pensare di incarnare al meglio lo spirito originale di questa magica espressione artistica), ho leggermente patito la decisione di mettere a pagamento i concerti pomeridiani, lì dove nei due anni precedenti erano sempre stati gratuiti. Ma come dicevamo, il festival cresce inesorabilmente per importanza e noi non possiamo fare altro che adeguarci, osservandolo da lontano e compiacendoci anche di scoprire che i biglietti sono andati esauriti con una velocità, francamente, inimmaginabile. Inoltre, ammetto che la mia indole iperattiva e fagocitante mi spingeva a voler assistere a tutti gli eventi in cartellone, cosa virtualmente impossibile dato il moltiplicarsi di concerti imperdibili e appuntamenti irrinunciabili. Mai come quest’anno, infatti, i concerti della sezione fringe erano stati a livello dei main act. Sotto l’attenta direzione di Furio Di Castri e legate dal dal fil rouge di A Love Supreme – disco seminale a firma John Coltrane – ci sono state offerte esibizioni roboanti, tra cui hanno spiccato il set di Roberto Gatto e Rosario Giuliani alla Società Canottieri Esperia, il solo di Javier Girotto nell’incantevole cornice del fiume Po, il CFM 5tet (progetto di Barbara Raimondi e Fulvio Chiara) al Blah Blah e un ispirato Ensi, pronto a rileggere i suoi testi su basi jazz, al Caffè del Progresso. Inoltre, un applauso scrosciante va al Jazz Club di piazzale Valdo Fusi che ha avuto il merito di portare come house band niente meno che il Jimmy Cobb Italian Trio: il loro live del martedì, con special guest il sax di Scott Hamilton, è stato uno dei momenti più alti di questo TJF, con un botta e risposta al fulmicotone tra i due grandi “vecchi” del jazz.

Ma non di soli concerti è vissuta questa edizione del TJF. Le rassegne cinematografiche al Cinema Massimo hanno offerto una panoramica a tutto tondo su questo mondo fatto di melodie soffuse e nebbia. Il Dance Space in piazza Vittorio ha fatto scatenare centinaia di torinesi -e non- a ritmo di swing. Il Fringe in the Box ha continuato a esplorare quel legame tra elettronica e jazz, già incominciato l’anno passato. In questa occasione, però, è stato chiesto ai musicisti di interpretare in chiave jazzy brani di musica dance: un esperimento tanto particolare quanto intrigante. Il Tram del TJF, infine, ha offerto un modo tutto particolare di fruire la musica, con La Lippa Jazz Band pronta a farla da padrone.

TJF Barron HollandLo so, lo so. Tutto qui?, vi starete chiedendo. Certo che no, perché non abbiamo ancora iniziato a parlare dei pezzi da novanta, intervenuti in questa edizione 014 in veste di main act. Come accennavo in precedenza, al contrario degli anni passati, causa quantità degli eventi e costo di alcuni di essi, noi de La Lira non siamo riusciti a offrirvi la “classica” copertura totale. Ecco però qualche nostro pensiero sui concerti a cui siamo riusciti ad assistere. Partendo dalla premessa che tutti gli artisti intervenuti sono stati di livello eccelso -incominciando dal concerto inaugurale di un Daniele Sepe in gran forma, fino al folk venato di africa di Enzo Avitabile, passando per la stella del nuovo jazz italiano Mauro Ottolini- vorrei soffermarmi su alcuni live in particolare: esibizioni come quella di Al Di Meola, che ha portato a Torino il suo sound in cui Spagna e America convivono sapientemente (e di cui, forse, le sue reinterpretazioni dei brani dei Beatles si sono rivelati -stranamente- la parte più debole del set). Un momento su tutti per i posteri: quando il chitarrista, infreddolito e stanco, ha accennato le prime note di “Mediterranean Sundance”, dedicata al recentemente scomparso Paco De Lucia e il pubblico si è lasciato andare in un’ovazione memorabile. O come il concerto di Manu Dibango, dove l’ensemble guidato da questo autentico higlander dell’afrobeat ha incantato una piazza Castello gremita come non mai: il pubblico ha ballato, cantato, applaudito, e quando, durante i bis, Dibango ha proposto una versione molto funk del suo successo immortale “Soul Makossa” Torino si è trasformata in una santabarbara. O ancora l’esibizione del duo Kenny Barron/Dave Holland (uno dei pochi concerti a pagamento a cui sono riuscito ad assistere), eleganza suprema in cui piano e contrabbasso si rincorrevano sinuosi: il duo ha offerto una delle performance più emozionali di questo festival. E per finire, il Venerabile Maestro Caetano Veloso, che ha scelto Torino come tappa inaugurale del suo Abraçaço Tour: forse non si è trattato di jazz, ma questo splendido settantaduenne ha offerto potenti echi di tropicálismo, scaldando i cuori dei torinesi e dei tanti brasiliani arrivati in piazza per omaggiare un autentico Mito.

TJF follaNon posso poi non parlare di quella gioiosa giornata di musica che è stata La Grande Festa Jazz del Primo Maggio, con il suo concertone non-stop pieno di chicche e di “mostri sacri”. Il roundtrip Julliard School / Conservatorio Verdi ha offerto un clinic di tecnica e sensibilità in pieno stile straight-ahead jazz, mentre la tromba di Paolo Fresu ha ipnotizzato una piazza che stava iniziando a patire il disagio degli acquazzoni (immancabili nel capoluogo piemontese, durante il Jazz Festival). A seguire Ibrahim Maalouf, autentico mattatore che ha intrattenuto la folla con i suoi ritmi dai profumi arabici, i suoi groove taglienti e la sua tromba onirica. Dopo Maalouf si è rimasti in terra francofona con la discesa in campo di uno dei grandi calibri della fusion moderna, il canadese Alain Caron, che ha meravigliato tutti con il suo basso, i suoi arpeggi e il suo slap, ma che purtroppo ha suonato solo la miseria di quaranta minuti. Un vero peccato per i numerosi appassionati intervenuti. Il finale è stato tutto per gli Elio e Le Storie Tese, che anche se non hanno proposto uno spettacolo jazz, hanno regalato a Torino più di un’ora e mezza di esibizione goliardica e tecnicamente ineccepibile, con tutti i loro brani più famosi a farla da padrone (sì, hanno suonato anche “Complesso del Primo Maggio”).

Ancora una volta, quindi, un enorme successo per l’organizzazione del TJF, che (nonostante le continue critiche di chi dice che un evento del genere toglie soldi al Traffic) prosegue la sua crescita e spera di proporsi velocemente come uno dei festival europei più importanti nel panorama della musica jazz. Sempre a proposito delle critiche, sarebbe bene riflettere sul fatto che questo è l’unico evento musicale che riesca a portare a Torino un pubblico così numeroso (si parla di 200mila spettatori intervenuti), che per il turismo cittadino male di certo non fa. E se ve lo scrivo io che sono cresciuto a pane e Traffic Festival potete stare certi che non lo dico per complottismo, partigianeria o secondi fini.

Sul canale YouTube del TJF potete trovare tutti i video del festival.

Rockabilly Joe

Credits fotografici: Davide Martignetti, Fabrizio Saglia.

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