Il Critico Integralista: gennaio-giugno 2014

Critico IntegralistaAbbiamo perso Lucy Marie, la nostra segretaria. Stamattina, quando quell’uragano che risponde al nome di Critico Integralista è entrato per l’ennesima volta negli uffici de La Lira, giocherellando minacciosamente con uno scovolino da bagno, non ce l’ha più fatta. Dimissioni immediate.
Stiamo provando a farla tornare, ma intanto cerchiamo di trarre il massimo anche da una situazione come questa. C.I. era passato in redazione per consegnarci il suo ultimo articolo: uno dei soliti riassunti musicali irriverenti, su alcuni degli album che l’hanno colpito maggiormente (in positivo o negativo) in questa prima metà di 2014. Lo postiamo con un misto di paura e rassegnazione, mentre ci prostiamo ai piedi del Sommo e gli offriamo in dono oro, pietre preziose, frutta fresca e un montone sacrificale.
Godetevelo, che ci è costato una segretaria.

  • The Black Keys – “Turn Blue”. Ragazzi, fatevi un favore, lasciate perdere e andate ad ascoltarvi Rubber Factory.
  • Broken Bells – “After the Disco”. Allora, fatemi capire, Danger Mouse si è occupato di musica e produzioni, ma nonostante tutto, il disco suona fresco e vario? Beh, viste le ultime prove di Mr. Burton, fatte palesemente col ‘copia e incolla’, questo non era poi così scontato. Invece, in coppia con James Mercer (il frontman degli Shins) Danger Mouse tira fuori un disco che è la colonna sonora perfetta per “la mattina dopo”. Su tutte spicca “Perfect World”.
  • Damon Albarn – “Everyday Robots”. Genio. Genio. Lo ripeto, genio. Il disco è un monolite organico (qualcuno potrebbe dire piatto, con pochi cambi di stile, ma quel qualcuno dimostrerebbe di non capire ‘na sega di musica) che vuole trasmetterci emozioni ben definite. Damon si fa alfiere dell’alienazione post-industriale e ci riesce regalandoci un capolavoro in bilico tra trip hop e folktronica.
  • The Horrors – “Luminous”. È uno Skying più veloce. Traete le vostre conclusioni da soli (leggi: se vi è piaciuto Skying ascoltatelo, altrimenti passate oltre). Ma al di là di tutto, gli Horrors stanno crescendo bene. Io sono molto fiducioso per il futuro. Ovviamente verrò smentito.
  • Kaiser Chiefs – “Education, Education, Education & War”. Quando la mediocrità inizia a stare pesantemente sulle palle.
  • Liars – “Mess”. Cazzuto. Cazzutissimo. È krautrock duro come un sasso. È dance ipnotica come l’orologio da taschino di un illusionista. È industrial alienante come Tempi Moderni. Vabbé, in soldoni è un album che non potete assolutamente perdervi.
  • Le Luci della Centrale Elettrica – “Costellazioni”. Oh mio dio! Miracolo! Ma cosa diavolo è successo? Un Vasco Brondi così preso bene a livello musicale non si era mai ascoltato. Mi sa che qui i casi sono due: o finalmente qualcuna gliel’ha data o il diazepam ha incominciato a fare effetto. Dal punto di vista dei testi, invece, è il solito Vasco preso male, in pieno stile “Oggi ho ucciso mio figlio” del quasi omonimo Rossi.
  • Pharrell Williams – “G I R L”. Quel guascone di Pharrell se ne va in giro a dire che questo disco è il suo personalissimo inno alle donne. Il che sembra una paraculata pazzesca. Tralasciando il concept, però, ci resta tra le mani un disco di funk e soul di ottimo livello, che regala groove come fossero cioccolatini e ha questo pregio, da non sottovalutare, di metterti di buon umore. E pazienza che “Happy” ce l’abbia ormai fatto a fette da svariati mesi.
  • Pierpaolo Capovilla – “Obtorto Collo”. Temevo una dose insopportabile di retorica ‘capovilliana’, stile ultimo disco de Il Teatro degli Orrori. Ovviamente il “Pierpi” non mi delude, che lui è sempre buono  e caro con tutti. Il difetto principale è che il disco è noioso musicalmente, ma lui ci prova. Ci prova con tutto se stesso e si vede, ma ci riesce solo in qualche traccia (“Il cielo blu”, “La luce delle stelle”, “Arrivederci”) che secondo me dovrebbero essere punto di partenza per le sue prossime prove musicali. Da un punto di vista testuale, invece, è il solito Capovilla impegnato, che cerca di far passare un messaggio corposo anche a discapito della sua stessa arte. In ogni caso merita almeno un ascolto, se non altro in memoria dei vecchi tempi.
  • Sisyphus – “Sisyphus”. Cosa ottieni se mischi Sufjan Stevens, Son Lux e il rapper Serengeti? Facile, ottieni i Sisyphus, un gruppo confuso che sbanda tra hip hop underground e aperture indie, con echi di electro. Una band che, però, ogni tanto regala qualche perla come “Rhythm of Devotion” oppure “Alcohol”. Avevano addosso un hype pazzesco. Non hanno mantenuto le promesse, ma qualcosa si salva comunque.
  • Temples – “Sun Structures”. L’anno scorso avevamo investito i Foxygen con l’onere (e l’onore, ovviamente) di diventare gli alfieri di un suono anni ’60 in bilico tra pop e psichedelia. Quest’anno tocca ai Temples. Forse non hanno la stessa qualità cristallina dei colleghi, ma Sun Structures riesce comunque a regalare emozioni pastose e caleidoscopiche… insomma, dannatamente ‘60s. È un’opera archeologica, certo, e qualcuno potrebbe dire che è un po’ fine a se stessa. Però, insomma, nessuno sta cercando i nuovi Rolling Stones. Ci basta solo un po’ di buona musica pop.
  • The War On Drugs – “Lost In The Dream”. È musica che sa tanto di Mustang che attraversa la Route 66 a velocità di crociera. Ho iniziato questa mia lista con un consiglio. La chiudo allo stesso modo: ascoltate questo disco. Potremmo avere tra le mani uno dei Top 5 del 2014.

Il Critico Integralista

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