La Piccola Libreria Musicale: “Life” di Keith Richards

LifeQuante leggende ci sono su Keith Richards e sui Rolling Stones? Tante, forse troppe. Finalmente è lo stesso Richards a venirci in soccorso e a raccontarci cosa è successo davvero in quei giorni fatti di musica, dischi, tour on the road, alcol e droga… soprattutto droga. Life (edito in Italia da Feltrinelli) si inserisce in quel filone narrativo che potremmo chiamare “storie di sopravvissuti”. Racconti grazie ai quali si segue l’epopea dell’eroe dagli inzi difficili, fatti di stenti e disperazione, passando per gli eccessi che lo hanno segnato e fatto maturare, fino alla redenzione finale che lo porta, infine, alla salvezza. Ma Richards, il sopravvissuto più famoso e più cool di tutti, rompe con questa tradizione, perché in queste pagine troviamo molto eccesso, pochissima disperazione o redenzione e nessun pentimento.

Life mantiene tutti i tratti stilistici di una canzone rock ‘n’ roll. Il machismo, la strafottenza, l’eccesso di cui sopra. Descrive un mondo stereotipato che a noi, ormai, appare quasi fantastico. Un mondo dove la bevanda di base è il Jack Daniel’s e le ragazze sono tutte chicks. Un mondo dove, di tanto in tanto, è più che normale provare eroina, LSD, Tuinal o metadone. Ovviamente, su questi argomenti, Richards raggiungeva lo stato dell’arte e in molti casi Life diviene una confessione candida e senza rimorsi o sensi di colpa sulle sue abitudini più estreme. In queste pagine, prima di tutto troviamo Keith e la sua storia, ma non solo. Ci sono anche i suoi compagni di viaggio: c’è il compianto (per noi) Brian Jones, un po’ meno compianto per Richards che lo riteneva un “lamentoso figlio di pu***na”; c’è Mick Jagger, il fratello di sempre, e la descrizione perfetta del loro rapporto turbolento; c’è Anita Pallenberg, uno dei primi amori di Keith e l’unica a riuscire a stare al passo con lui quando si parlava di droga.

Forse il problema più grande di Life è che raccoglie storie che, bene o male, conoscevamo già. Ecco allora che il risvolto più interessante lo troviamo quando Keith ci racconda della sua adolescenza e degli eroi che lo hanno ispirato a fare musica (Jimmy Reed, Muddy Waters) o quando narra il suo processo creativo (il passaggio in cui racconta la scrittura di “Gimme Shelter” è uno dei migliori del libro). E sì, da queste pagine capiamo perfettamente che Richards amava le sue chitarre anche più delle sue donne. Non solo; grazie a questo libro risuciamo a seguire perfettamente la traiettoria compiauta dal rock in questi utlimi 50 anni: da strumento di ribellione, a giocattolo corporativo, perfettamente assimilato dalla società. Forma d’arte che pian piano si svuota di ogni suo significato per divenire puro spettacolo. A Richards, però, questo non è capitato. Lui è ancora recepito dalla gente come uno degli ultimi fuorilegge del rock. Per nostra fortuna.

Paolo Maugerio

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