U2 – “Songs of Innocence”

«There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about». Dorian Gray

“Songs of Innocence”, U2, 2014.

A distanza di qualche giorno dall’uscita digitale della tredicesima fatica dei quattro di Dublino -al secolo più noti come U2- credo sia inutile ripetere tempi e modalità dell’evento appena trascorso. Il web è già invaso di recensioni, critiche, elogi, haters, fan in delirio, code per i biglietti e ambulanti con le magliette per il prossimo imminente tour. E tutto ciò non fa altro che dar ragione al sopracitato Dorian Gray.

Songs of InnocenceIl mercato musicale, ormai saturo di stratagemmi commerciali ha, in effetti, messo a dura prova anche un gruppo solido come gli U2, che dal 2000 ha vissuto una netta fase di declino sia di fama, sia di qualità della musica prodotta. E poi eccoci a dover rispolverare i vocabolari e cercare il significato della parola arguti, perché se è pur vero che qualcuno (gli U2 ovviamente) è stato pagato per questo lavoro (vedasi Apple), è altrettanto vero che là fuori, sulle sontuose scrivanie degli AD delle case discografiche, all’annuncio della parola gratis associata ad album, le mandibole hanno rimbalzato sul rovere appena lucidato. Guardando con molta attenzione al contesto e al mercato musicale odierno, in 5 minuti Bono & Co. hanno riscritto le regole dell’ingaggio musicale fra fruitore e compositore. Al mercato è stato aggiunto un concorrente, il quale paga direttamente la fonte della produzione musicale e mette a disposizione uno strumento per raggiungere nel minor tempo possibile il maggior numero di persone possibili (think globally – act locally) . Sarà poi il pubblico a decidere liberamente e comodamente se dopo un attento ascolto premiare o meno la band in questione, comprando il supporto fisico del lavoro svolto in studio.

Un bello schiaffo in faccia a chi fa dell’acquisto a scatola chiusa un modo di pensare e agire.

Veniamo, ora, all’anima di questo album. Sgomberiamo subito la stanza dall’elefante che troneggia in salotto: se vi state chiedendo se è un capolavoro, no, non lo è. È un ottimo album, completo e solido in ogni suo aspetto. Gli U2 han cambiato solo il vestito senza cambiare se stessi, sono tornati alle origini, come il titolo dell’album stesso lascia presagire. Ritornano alle sonorità della loro adolescenza e lo fanno voltandosi indietro (con sguardo forse fin troppo severo) verso quello che è stato e provano a riproporlo oggi, soprattutto cercando la conferma definitiva nella forza del ricordo e nella loro unione. A tratti ci riescono, soprattutto quando lasciano che sia la parte più cupa e introversa dei loro percorsi di vita ad emergere; brani come “Raised by Wolves” mostrano Bono ritrovare una vena creativa, nel suo testo socio-politico, come non accadeva forse dai tempi di War e riporta alla ribalta la questione Nord Irlandese e il suo conflitto, che per anni ha segnato con bombe e morti il ritmo delle sue giornate. Lo sguardo che pone sulla tragedia (raccontando di un attentato avvenuto a Dublino nel 1974, dove un’autobomba esplose in una zona spesso frequentata da Bono) è più diretto, crudo; non ci sono spazi per dubbi o richieste come l’how long di “Sunday bloody Sunday” o l’accorata preghiera di “Please” dove s’immaginava un dialogo con un componente dell’IRA. Il ritornello si apre con i versi “Raised by wolves / stronger than fear” avvolti da un effetto metallico della voce, quasi a voler tagliare il brano, facendo percepire la violenza dell’evento e lo stridente contesto di un ragazzo che assiste a tutto questo e che, nonostante ciò, trova la forza per sconfiggere le sue angosce. La canzone si chiude praticamente su questa strofa che non ha bisogno di commenti: “the worst things in the world are justified by belief” [le peggiori cose del mondo sono giustificate dalla fede].

Altro ottimo brano, dalle sonorità che ricordano i New Order, con un uso ben modulato dei synth e con l’aggiunta di chitarra distorta dal suono sporco è “Sleep Like a Baby Tonight”: un sound industriale e metallico impreziosisce il brano e lo fissa nel momento in cui The Edge tralascia -ad onor del vero per tutto l’album- il suo caratteristico Ping Pong Delay (effetto che si ottiene rimbalzando dal canale destro al canale sinistro un suono emesso con la chitarra). È una ninna nanna sinistra, in cui Bono torna ad appoggiarsi alle note, in un registro vocale che ricorda le sue trasformazioni dello Zoo TV, quando inpersonifica Mr. MacPhisto. Basso e batteria dialogano in sottofondo, entrando nella metà del brano e creando un tappeto ipnotico. Una canzone uscita da un carillon abbandonato in uno stabilimento in disuso. Arrugginito, ma che custodisce una gemma preziosa. Il solo finale di The Edge vale forse l’intero album. Il testo sembra uscire dalle sessioni di Pop; lisergico, compatto, metricamente perfetto: “Dreams / it’s a dirty business dreaming / where there is silence and not screaming / where there’s no daylight / there’s no healing”.

“The Troubles” chiude questo terzetto di canzoni che, dislocate nella seconda metà dell’album, lo vestono come il lato B di un vinile che sarebbe stato da vendere separatamente per quanto materiale -musicalmente parlando- contiene. Gli U2, caso più unico che raro, si avvalgono di una backing vocalist, Likke Li (cantautrice e musicista svedese) che ripete suadente “somebody stepped inside your soul”, strofa che riesce a conferire al brano un’atmosfera quasi eterea. Personalmente penso che ci siano due chiavi di lettura del testo, incastonato in una session corale che pare uscire dalle sperimentazioni del progetto Passengers: la prima, e più immediata, è quella di un Bono che nella sua adolescenza prova a uscire dai sobborghi di Dublino, cercando di trovare spazio in mezzo a quel grigiore, per dare respiro alla sua creatività, additandosi come un problema per se stesso, che si conosce fin troppo bene, per sconfiggersi e superare gli alibi che lo tengono ancorato lì. L’altro aspetto evidente, presente come mai prima d’ora -se non nei primi lavori degli U2- è questa Irlanda tormentata da quello che negli anni 70 era la consuetudine; la guerra, il terrorismo, lo scontro ideologico che falcidiava innocenti bambini, anziani, famiglie intere. Non a caso questi eventi vennero etichettati dalla stampa come “The Troubles”. “I have a will for survival; so you can hurt me and hurt me some more… but you are not my Troubles anymore”; ed è come se, invecchiando e guardandosi indietro, Bono sappia che queste non sono più le sue lotte e non ne senta più il senso di urgenza e responsabilità. Erano tre album che gli U2 cercavano un pezzo di chiusura convincente, in cui la coralità lasciasse all’ascoltatore la sensazione di sospensione e di immediato bisogno di ritornare sui suoi passi. Ci sono riusciti e con gli interessi.

Ed eccoci all’Elefante.

Il brano che apre l’album, “The Miracle (of Joey Ramone)”, è pacchiano; pop nel senso più sbrigativo e subdolo. Il testo -e questo vale per il disco nella sua interezza- è davvero valido e Bono, in questo album, ha ritrovato una vena compositiva diretta ed efficace: “music so I can exaggerate my pain / and give it a name”. Le parole che scorrono sono un richiamo alla musica dei Ramones, a cui Bono e soci si sono aggrappati per capire che non c’era bisogno per forza di essere dei super tecnici a livello musicale o vocale, ma che bastava tirar fuori quello che si aveva dentro, metterlo in note e pestare forte senza far in modo che chi ascoltasse potesse anche solo respirare, ma solo assorbire gli urti, gli impatti del suono. Prova a essere questo la canzone, ma fallisce miseramente. Il rischio era di scimmiottare i Ramones e per fortuna viene evitato, ma la canzone manca comunque di corpo e ci sono alcune sovraincisioni davvero stucchevoli e banali. Con questo sono ormai 14 anni che gli U2 non azzeccano il singolo di lancio e l’opening track di un album. Nota personale: mi ricorda terribilmente il recente riadattamento di “Suspicious Mind” di Elvis Presley. Terribile.

U2 2014“California (There Is No End To Love)” parte con un richiamo ai Beach Boys di “Barbara Ann” e con un riff potente di batteria e basso che ricorda gli Arcade Fire di “No Cars Go”. La canzone scivola fino al ritornello che si inabissa in una summer hits anni 90 tutta uguale; con qualche mojito di troppo in corpo si potrebbe anche assorbirla meglio del previsto. “Every Breaking Wave” è una bella canzone, che esce dal subwoofer potente, avvolgente. Pulitissima, netta ha il solo difetto di avere un ritornello aperto che non stacca mai con la canzone, non emoziona. Non è “With or Without You” dove tutto è potente e sostenuto: questa risulta una ballad mid-tempo con una bellissima vocalità, ma davvero troppo schiacciata.

Non si è osato; e in Songs of Innocence uno di problemi più grandi è proprio questo… l’album inizialmente prevedeva un unico producer: Brian Joseph Burton a/k/a Danger Mouse, il cui lavoro possiamo apprezzarlo appieno nel terzetto iniziale di canzoni che ho recensito. Durante le fasi di lavorazione dell’album, però, gli U2 hanno preferito inserire altri senior producer (Paul Epworth, Ryan Tedder, Declan Gaffney e Flood) probabilmente cercando, dove possibile, un approccio più commerciale e meno sperimentale alle tracce che sarebbero andate a completare l’album.

E così l’elefante ce lo siamo tolto di mezzo. Cosa resta ancora da dire di questo album?

Sgomberiamo anche la cucina: un pacchetto di belle canzoni, che hanno alcuni rimandi a ritmiche ’70s/’80s, come “This is Where You Can Reach Me Now”, apertamente dedicata a Joe Strummer e ai Clash che, con un loro concerto, hanno cambiato la percezione musicale degli U2 (notevoli gli arrangiamenti di chitarra sincopata ed effettata). Una portentosa “Iris (Hold Me Close)”, canzone dedicata alla madre di Bono, persa quando era ancora un adolescente. Paul Epworth e Ryan Tedder co-producono questo pezzo e gli intro e outro sono di rara bellezza. La canzone ha un testo metricamente favoloso. Non c’è una parola che copra qualche nota o viceversa. La mano navigata di un gruppo che sono 30 anni che domina le scene e che, avendo tra le mani dell’ottimo materiale, sa come farlo suonare a dovere. “Volcano”, tiratone dritto di basso distorto, è un altro pezzo solido e nervoso, quasi uno spartiacque tra la prima e la seconda parte dell’album, che lascia intendere un cambio di atteggiamento, dove il “futuro” atterra sui giovani Dublinesi e tutto sta per esplodere (“The future’s gonna land on you”). È un brano confezionato a dovere, che se fosse stato usato come title track avrebbe dato all’album tutta un’altra atmosfera… “you are Rock and Roll / you and I are Rock and Roll”.

“Cedarwood Road”, la strada dove è cresciuto Bono, il suo campo di battaglia dal quale non è mai andato via veramente (“you cant’return to where you never left”) e la sua paura di non trovare più conforto in quelle strade, che l’hanno attraversato per una vita intera, tanto da scappare da quei posti come ha da sempre urlato al mondo intero con “I wanna run / I want to hide”, nella potentissima “Where the Streets Have No Name”, brano tratto da The Joshua Tree. Qui è, invece, il luogo di ripartenza di Bono e degli U2, che scoprono che, nonostante la loro terra li abbia travolti in un vortice di violenza, conflitti personali e problemi finanziari, gli ha comunque insegnato che l’amicizia, ma soprattutto un cuore spezzato è un cuore aperto, un cuore capace di perdonare e di tornare al suo posto. “A heart that is broken / is a heart that is open”. La canzone ha un tocco delicato; un bel crescendo finale con la voce di Bono che dipinge alla perfezione una chiusura straziante, come solo varcare finalmente la soglia di casa dopo un lungo viaggio può essere.

Cinque producers per un album sono tanti, troppi. Se ho già citato Danger Mouse è forse solo perché è quello che ha portato novità all’interno di questo progetto, che più che Songs of Innocence sembra “Songs of Influence” per quanto sia contaminato positivamente e per come, questo lavoro e la sua distribuzione, abbia rivoluzionato un aspetto del mercato musicale.

Rimane ancora il classicone à la U2, la canzone che tutto il mondo si aspetta sempre, la nuova “One”, la nuova “With Or Without You”, il pezzo da cantare a squarciagola e con gli accendini (volevo dire telefonini) al cielo. “Song for Someone” è un brano prodotto da Ryan Tedder. Se non vi dice niente magari avete più presente “Turning Tables” di Adele e il suo pluripremiato 21. Ecco, c’è lui dietro la produzione di questo brano: inutile dire che sa fare pop, sa come rendere accattivante una canzone appiccicosa, ma non per questo priva di un’anima. Anzi il testo racconta dell’unione di due anime, quella di Bono 13 enne e di Ali (sua moglie) 12enne, che scoprono l’amore: “if there’s a kiss I stole from your mouth / and there is a light, don’t let it go out”. Quando poi hai a disposizione la voce ispirata di Bono e una band che sa suonare in modo corale, senza mai pestarsi i piedi, ma diventando un muro di suono, il gioco è fatto. “Song for Someone” diventa, nel giro dei suoi 4 minuti, un affresco di quello che ti perderesti se non ascoltassi mai in vita tua un album degli U2.

Effettivamente ci si perderebbe tanto. La musica e il pop, quello vero, in primis.

Leggete buone storie.
Ascoltate belle canzoni.
Crescete i vostri sogni.
Sempre.

ElleEmme

(Un ringraziamento speciale ad Alessandra Pezzati per il suo prezioso contributo).

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6 risposte a “U2 – “Songs of Innocence”

  1. Chapeau a chi ha scritto questa recensione. Complimenti, nulla di banale e scontato come letto altrove. Anche se non condivido alcuni passaggi, trovo che abbiate approfondito disco e singoli pezzi (soprattutto quelli che più meritavano) in maniera equilibrata capendone, secondo me, reale valore e significato. Di nuovo complimenti. Ci siamo permessi di segnalare la recensione anche sulla pagina Facebook di U2Market.com -> https://www.facebook.com/U2Market

  2. A me l’album è piaciuto…però concordo con chi ha scritto questa recensione. La prima parte è bruttina forte, mentre da metà in avanti è un ottimo disco; ovvio, non ispirato come i primi lavori degli U2, ma non si può avere tutto. Insomma, sono nel giro da trent’anni e passa.
    Ma la domanda è: possibile che nessuno gli potesse creare una scaletta decente, mettendo qualche bel brano anche nella prima metà del disco?
    PS. The Troubles è magia, grazie alla voce di Likke Li…pezzo preferito.

    • Si possono avere opinioni diverse, certo, e la tua vale quanto quella di chiunque altro. Però, queste opinioni diverse le si potrebbe avere con toni un filo più pacati e argomentando meglio; perché con un commento lapidario come il tuo fai torto principalmente a chi ha scritto questa recensione con passione e competenza.

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