Leonard Cohen – “Popular Problems”

“Popular Problems”, Leonard Cohen, 2014.

Popular Problems

Ci sono pochi artisti per cui spenderei la parola immortale. Leonard Cohen è certamente uno di essi. Ovviamente possiamo disquisire quanto volete: ormi la sua voce è più simile a quella di Tom Waits che a quella che potevamo apprezzare in, diciamo, Songs Of Leonard Cohen. Forse i testi sono più tenebrosi del solito e lasciano un po’ di amaro in bocca. Probabilmente il suo nuovo sound – quello in cui Leonard infila a forza le immancabili coriste di Old Ideas e le pessime trombe generate digitalmente – non è la dimensione a lui più congeniale. Nonostante tutto questo, però, lui è sempre lì, che scrive, che canta, che ci mette tutto se stesso. Prendete “Slow”, la traccia di apertura; è di una bellezza rara. ‘Blueseggiante’ nella struttura, soul nelle sue aperture più gioiose,

quasi biografica nel testo. Bastano appena 3 minuti e mezzo per farci capire che il cantautore canadese è più vivo che mai.

Certo, questo Leonard è diverso dal Leonard Cohen della nostra giovinezza, ma alcune cose restano uguali a loro stesse: in particolare la tristezza e il trionfo. Ho usato questi due termini perché, più di una volta, sono stati usati per descrivere la particolare cifra stilistica di Leonard Cohen: lui è l’unico che riesca a suonare tristemente trionfante e trionfalmente triste (pensate per un istante ad “Hallelujah”). Popular Problems non fa eccezione: la riprova ne sono canzoni come “Samson in New Orleans” e “Born in Chains”.

Più sopra parlavo dei testi e li definivo tenebrosi. Non ha importanza; Cohen è cantautore di razza e sono proprio i suoi testi, pur nella loro oscurità, la parte pregiata di questo disco. Sono cupi perché rappresentano i popular problems del titolo, ma il bello di Cohen è che riesce ad affrontarli con la sua solita dose di pacatezza ed eleganza. Il suo lirismo è rassicurante anche quando canta di incendi e di stupri (I saw some people starving / There was murder, there was rape / Their villages were burning / They were trying to escape) o quando si mette teneramente a nudo (Did I ever love you / Does it really matter / Did I ever fight you / You don’t need to answer).

Non prendetemi per un tifoso a prescindere di Leonard Cohen. I passi falsi di questo ultimo lavoro, soprattutto musicali, li vedo anch’io (scivoloni come “Nevermind”). Però c’è tanta dignità in questo disco, oltre – e questa è la cosa più importante – a tanti contenuti. Rubate 40 minuti del vostro tempo per ascoltare con calma questo Popular Problems. Il peggio che può capitarvi è di sorridere gioiosamente, mentre vi lasciate cullare dalla voce roca e commovente di questo splendido ottantenne.

Dr. Musikstein

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