CineMusic: “20,000 Days on Earth”

20,000 days on earth

“I’m transforming, I’m vibrating, I’m glowing, I’m flying… look at me now!” canta Nick Cave durante il climax finale del documentario 20,000 Days on Earth.
Documentario… insomma, diciamo che se proprio non vogliamo utilizzare l’abusato termine mockumentary, quanto meno dobbiamo prima mettere in chiaro che questo 20,000 Days on Earth è un documentario particolarmente “romanzato”. Nick Cave ha sempre avuto una vena particolarmente teatrale. Al di là del suo rapporto con il pubblico quando sale su di un palco, ha un vero e proprio passato da attore (Ghosts… of the Civil Dead, Johnny Suede, L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford) e in 20,000 Days on Earth recita la parte di una rock star di mezza età che cerca di tirare le fila e di dare un senso di un’esistenza che rasenta l’epopea mitica. Non fraintendiamo, i punti di contatto tra questo personaggio e il vero Nick Cave sono molti, a partire dal nome, ma il Cave che osserviamo in questo “documentario” è frutto di una performance recitativa, né più né meno del rocker paranoico Freak Storm in Johnny Suede. Certo, la cifra stilistica scelta dai registi Iain Forsyth e Jane Pollard è intima, personale e possiamo scommettere che molti dei riferimenti e delle confessioni fatte da Cave siano “autentiche”. Il tono della pellicola, però, è sopra la media e tutto è avvolto in una sottile patina di esagerazione e cinismo. Quando Cave parla di come vive le sue relazioni personali e afferma di essere un cannibile che cerca qualcuno da cucinare in pentola, c’è un senso di artificio che ti fa domandare: “ma è tutto inventato di sana pianta o c’è qualcosa di autentico, qui?”. Per completezza, però, voglio subito mettere in chiaro una cosa: questo non è un difetto, anzi, è la forza di 20,000 Days on Earth. È il motivo che ti tiene incollato alla sedia fino alle scene finali. Questo senso di incertezza e di grandeur è quello che ti ingarbuglia lo stomaco.

Ci sono due chiavi di lettura forti nel “documentario” diretto da Forsyth e Pollard: il tema della memoria e quello della trasformazione. La memoria è addirittura il filo conduttore che lega tutte le scene, il motore che permette ai personaggi di entrare nella storia e di interagire con Cave, da sua moglie a Warren Ellis. La paura più grande del rocker interpretato da Nick è di dimenticare, lo scopriamo quasi subito, durante una sessione con il suo psichiatra, in cui racconta del suo rapporto con il padre e del suo processo creativo. Ha paura di non riuscire più a ricordarsi di quel mondo, fitto e strutturato, che ha creato scrivendo canzoni. È ossessionato dal suo passato e, quando può, passa il tempo in un archivio dove sono conservati ricordi e fotografie, aiutando un gruppo di curatori a fare ordine nella sua stessa vita. Non solo, proprio il passato torna a fargli visita sotto froma di tre “fantasmi” che, durante i viaggi in macchina, discutono con Cave di particolari momenti della sua vita. Troviamo la bella Kylie Minogue, che ci racconta del periodo in cui lei e Cave registrarono “Where The Wild Roses Grow”; Ray Winstone, che nel 2005 girò il film La proposta, un western scritto dallo stesso Cave; e infine c’è Blixa Bargeld, che rammenta il momento in cui lasciò i Bad Seeds.

Oltre alla memoria, in 20,000 Days on Earth è forte la tematica della trasformazione… anzi, della trasformazione a cui Cave è sottoposto sul palco. Il cantautore ci racconta di come riesca a raggiungere una trasfigurazione personale quando sale sul palco a cantare: ne ha bisogno, non potrebbe esistere senza. Per questo ha fondato i Bad Seeds. Per questo ha fondato i Boys Next Door, i Birthday Party e i Grinderman. Ecco che torniamo, quindi, al momento finale del “documentario”, dove Cave e i suoi Bad Seeds ci regalano una coinvolgente performance di “Jubilee Street”. “Mi sto traformando, sto vibrando… guardami ora!” urla Nick Cave, portando all’estremo questa tematica esistenziale: un autentico pugno nello stomaco che colpisce lo spettatore come la violenza dei testi dei Bad Seeds. Come la loro musica elegante, eppure selvaggia. Come le immagini allo stesso tempo onoiriche e nevrotiche, create da Forsyth e Pollard.

Sì, Nick. Ti stiamo guardando ed è lo spettacolo più bello del mondo.

Karen “Mrs.” November

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