Echi di un tempo che fu: “Quei locali che non ho mai visto”

jazz fumosoStavo pensando a quelle scarpe che le signorine usavano negli anni Trenta. Sono fatte di pelle nera o marrone, a punta arrotondata con un tacchetto e spesso allacciate sulla caviglia. Perfette per tenere il tempo. Muovendo su e giù il piede e battendolo sul pavimento, o su qualsiasi altra superficie dura, si ode un ticchettio: tac, tac, tac. Non un toc o un tic di troppo. Quel tipo di scarpa si sarebbe potuto usare per andare in Chiesa o per governare una casa, ma l’uso che più ricordo è quello delle sale da ballo e dei locali.

I locali hanno tavoli rotondi in legno, dalle pareti scendono drappelli di tende dai colori profondi e il fumo delle sigarette e dei sigari annaffia tutti gli oggetti presenti nella sala. Seduta ad un tavolo una signorina attende la sua canzone, mentre più in là si accordano gli strumenti. Sia il quartetto di paese, sia l’orchestra di lusso darà il meglio di sé pur di far ballare la ragazza, pur di vederne le movenze. Tac, tac, tac. È iniziata, si parte. Bisogna battere il tempo finché è caldo, iniziare a percepirne le sfumature dalle prime note, mentre si osserva Ray Charles sedere al pianoforte: lui la musica la sente davvero, le vibrazioni dei tasti passano direttamente dalle dita al cervello. Ray canta di non poter fermare l’amore, mentre le ragazze del coro gli fanno da spalla, battendo con la scarpa sul palco.

1920s shoesI bar vicini suonano jazz e si sentono più vicini a Dio. Come quel Monk di Straight, No Chaser o come i suoi antenati che, dai campi di cotone del Mississippi, si sono fatti strada con il blues, mostrando al mondo che la condizione a cui erano costretti poteva essere riscattata. Il modo di vivere il blues è come il modo che hanno i cubani di danzare nell’acqua, è quello che senti dentro che fa sì che l’anima si liberi nel tempo e nello spazio. È per questo che si crede che chi canta il jazz sia un “privilegiato”: perché la voce non si accorda come un sassofono. Le vocali e le consonanti vengono spinte dal diaframma, superano il cuore e, dal tunnel della gola, fuoriescono dalla bocca. Il disegno del rossetto sulle labbra è l’unica cosa che si vede oltre il fumo nella sala.

Cantare è uno sforzo corporeo che interessa persino i muscoli del piede che, battendo il tempo, danno un input alla memoria. “È qui che devi cambiare tonalità”, è come se dicessero. Battere il tempo significa respirare e prendere le pause, tutto segue una precisa punteggiatura, è così che è stato possibile ascoltare “Goin’ out of my head” direttamente dalle voci di Frank Sinatra ed Ella Fitzgerald: una voce maschile, calda, unita a una voce femminile che dello swing ha fatto il suo cavallo di battaglia. Ma non è solo il canto. La punteggiatura è stata battuta anche dal pianista Stefano Bollani quando ha duettato con la fisarmonica di Richard Galliano in “Waltz for Nicky”.

Il passato si intreccia sempre con il presente. Soprattutto quando non siamo capaci di dividere in compartimenti quel che non abbiamo vissuto ma che avremo voluto, con quello che stiamo vivendo. Ne è un esempio questo particolare resoconto di locali che non ho mai visitato, indissolubilmente legato al racconto di quella musica che ho, invece, potuto ascoltare più di recente. D’altronde, fosse per me, nell’ennesimo locale girato l’angolo di una strada, un violinista country irlandese potrebbe perfino suonare “Zorbas” – la danza greca scritta da Mikis Theodorakis e basata su due distinti tradizionali di Creta – destando enorme stupore nel pubblico. O non mi sorprenderebbe affatto vedere un predicatore, che un secolo fa condivideva i canti gospel con i suoi fedeli, oggi risalire frettolosamente le scale musicali di un brano rock e dopo riporre la chitarra elettrica nel confessionale. I tempi sono cambiati e anche le scarpe, solo la musica in un ambiente che spreme le ideologie resta oppure evolve.

Black Violet

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