Il Re e la sua Lucille. Omaggio a B.B. King

BB KingVenerdì 15 maggio ci ha lasciato B.B. King, autentica leggenda del blues e della musica. Sopravvive nell’eredità lasciata a una generazione di musicisti e nella leggenda della sua chitarra, Lucille.

Riley Ben King, detto B.B., si è spento lo scorso venerdì (il 15 maggio), come conseguenza del diabete di tipo 2 che pativa, ormai, da anni. Le due “B” nel suo nome significavano Blues Boy, ma fin da subito si capì che quell’appellativo stava stretto a King: da lì a poco si guadagnò il soprannome di “King of Blues”. I suoi pari erano musicisti come Muddy Waters e Howlin’ Wolf, i cui nickname raccontavano di vite amare e difficili, ma lui era nato Re. Non perché fosse un privilegiato (nacque nella piantagione di cotone Berclair, in Mississippi), ma perché questa era la sua natura: pacato e signorile, quasi aristocratico quando saliva sul palco nel suo vestito a tre pezzi, B.B. King riuscì a espandere la popolarità del blues. Assorbì molteplici influenze sonore e raffinò uno stile musicale. Riuscì ad adattarlo a un pubblico ogni sera diverso, dandogli qualcosa con cui dialogare e in cui riconoscersi. Provò, addirittura, a spiegare davvero il blues ai bianchi e forse ci riuscì.

Un uomo e la sua chitarra.
Per più di mezzo secolo B.B. King e la sua chitarra, “Lucille”, sono stati inseparabili; è lei che ha prodotto la musica che ha ispirato una generazione di artisti, da Eric Clapton a Keith Richards, passando anche per Jimi Hendrix. È di Lucille il suono pungente che caratterizza “The Thrill is Gone” o “Everyday I Have The Blues”. È lei che rappresenta al meglio la personificazione della musica blues americana, in brani come “When Love Comes To Town” degli U2, “Riding With The King” di Clapton o “Hey Man” di Zucchero.

Al contrario di tanti altri strumenti iconici, come “Brownie” o “Micawber”, Lucille non fu una sola chitarra. Ce ne furono diverse, tutte Gibson, quasi tutte ES-355 nere e oro. Lucille era la “voce” di King, né più né meno di quanto lo fosse la sua vera voce. «Quando canto, io suono nella mia mente – disse una volta King, parlando del suo rapporto con lo strumento – e nel momento in cui smetto di cantare con la voce, incomincio a cantare attraverso Lucille».

La leggenda dietro al nome “Lucille”.
Nell’inverno del 1949, King stava suonando in una sala da ballo a Twist, nell’Arkansas. Faceva freddo e, per riscaldare la stanza, gli organizzatori decisero di dar fuoco a un barile mezzo pieno di cherosene. Durante il concerto, improvvisamente, due uomini iniziarono a lottare, rovesciando, nell’impeto, il barile: l’incendio che vi si generò obbligò il pubblico a evacuare l’edificio. Una volta fuori King si accorse di aver lasciato la sua Gibson sul palco e, senza esitazione, tornò in mezzo alle fiamme per recuperarla. Il giorno dopo, King scoprì che, i due uomini che avevano iniziato la lotta, erano morti nell’incendio e che questa era iniziata a causa di una donna di nome Lucille. Decise, quindi, di chiamare quella sua prima chitarra “Lucille”, così come chiamò allo stesso modo tutte le chitarre che utilizzò nella sua carriera. La Lucille originale, però, era quella: una semplice Gibson L-30 da 30 dollari.

La compagna di una vita.
Per anni, il Re del Blues e la sua Lucille hanno suonato insieme: lui cantava e lei rispondeva. Nessun power chord, nessun gesto stravagante, nessuna concessione al mero intrattenimento; solo una conversazione spontanea e genuina tra un musicista e la sua chitarra. Per tutta la durata della sua carriera King e Lucille non hanno mai cantato un verso, né suonato una nota fuori posto, di troppo o non appropriata. Un rapporto che King ha voluto omaggiare con una canzone del 1968, intitolata ovviamente “Lucille” e dedicata alla sua compagna di tante avventure.

The sound that you’re listenin’ to
Is from my guitar that’s named Lucille
I’m very crazy about Lucille
Lucille took me from the plantation
Or you might say brought me fame

Dr. Musikstein

Questo articolo è stato pubblicato anche sulle pagine digitali di The Last Reporter.

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