Diana Krall – “Wallflower”

“Wallflower”, Diana Krall, 2015.

Il Canada ha regalato al mondo una moltitudine di artisti. Da un Michel Bublé che è riuscito a riportare in auge il canto di Frank Sinatra – e particolarmente abile in Crazy Love – a un acrobatico e colorato Cirque du Soleil. Pur rappresentanti di diverse tipologie d’arte, nel lavoro di Diana Krall ritroviamo entrambi gli ingredienti che caratterizzano queste due forme d’arte: lo swing e la magia. È Wallflower – il dodicesimo album della sua discografia, uscito il 3 febbraio di quest’anno – a provare a svelare qualcosa in più su di lei.

Diana Krall WallflowerDiana Krall, classe 1964, è una pianista e cantante jazz canadese. Per presentarla, però, questo non basta. Per introdurne le doti, bisogna fare un passo indietro e ricordare, ad esempio, i suoi sospiri; la sua voce presente ma sfocata mentre reinterpreta Le vie en Rose di Edith Piaf. Oppure provare a ripensare a quando spiazzava il pubblico attento con la sua interpretazione di “Garota de Ipanema” (forse la più nota composizione di bossa nova, composta da Antônio Carlos Jobim e Vinícius de Moraes; sicuramente la più eseguita). Partendo dal samba, Diana riaccorda i suoi tasti su una linea continua di bassi, per poi riempirli di armonia: da Rio de Janeiro le basta un attimo per ritrovarsi nella sua casa. Accompagnata al pianoforte da Celine Dion, prima, e Barbra Streisand, poi. O duettando, tra gli altri, con Ray Charles e Willie Nelson.
Sposando il musicista inglese Elvis Costello, Diana si fa strada tra i grandi della musica, ritagliandosi un posto nel mondo del jazz. Il pubblico e i fan, non faticheranno a ricordare l’incisione di Live in Paris, del 2002, che come concerto dal vivo aveva registrato il tutto esaurito all’Olympia di Parigi. Risultato ottenuto, sicuramente, anche grazie alle suggestive “Devil May Care” e “I Love Being Here With You”.

Il suo stile musicale si è distaccato, ad orecchio, da quello che nella Louisiana nasceva come mezzo di comunicazione vocale del popolo che, reagendo alla repressione e mentre narrava le proprie storie, poteva essere accompagnato da percussioni o dai più comuni strumenti a corde. Introiettando le sonorità del luogo e assorbendo molteplici influenze sonore, aggiungendo i fiati e le atmosfere festose, oltreché la voce, il nuovo blues si evolveva in dixieland, swing e infine nelle sue frange più colte; trasformavandosi polifonicamente in un jazz artistico e volubile, dal cui pentagramma traspariva la forma più alta di questo genere musicale: l’improvvisazione. E se Diana improvvisa con una jam session, al pubblico sembrerà parte della composizione, parte attenta di una “bizzarra” evoluzione del brano. Questa è sempre stata la sua forza.

Il disco.
“Wallflower” è prima di tutto il titolo di una canzone scritta dal cantautore americano Bob Dylan nel 1971 e qui reinterpretata da Diana insieme al giovane cantautore americano Black Mills. Erroneamente l’avrei tradotto come “muro di fiori”, mentre è una parola che sta a indicare una persona dall’apparenza piatta, quasi vuota, ma che invece, dopo averla conosciuta, può rivelare le sue doti più nascoste. Questo disco è, quindi, un lavoro che ci porta a pensare di non poter lasciare Diana in disparte; forse è un delicato e sottinteso invito al pubblico che la Krall fa cantando, per farsi riscoprire. Non stupisce, allora, che la parte strumentale rimanga il più delle volte sullo sfondo, talvolta trasformandosi da classico jazz a musica “che si vende”, come quelle che si sentono nelle pubblicità dei profumi. Diana sembra avere un bisogno viscerale di comunicare con la parola, più che mai malinconica, quasi in attesa, e non più con il pianoforte, tanto è vero che anche gli altri strumenti rimangono silenti. Sebbene i tasti l’accompagnino come passi, sono in assoluto le frasi, nella loro prepotente presenza, ad essere le vere protagoniste.

Il risultato, forse poco scontato, è che la musica e la ritmicità degli elementi musicali perdono quella tradizione jazzistica che avevano portato Diana a vincere in passato numerosi premi. In “Sorry Seems To Be The Hardest Word”, con tutta la sua voce sospirante e forse per omaggiare il cantante Joe Cocker – scomparso recentemente – che pure l’aveva reinterpretata, rallenta la sua versione per farne una più dolce. Discostandosi dal suo passato, qui il pianoforte diventa un semplice accessorio, come una borsetta da dover portare al galà di un ennesimo concertista. Con “Alone Again Naturally”, Diana duettata con il sopracitato Michael Blublè, mentre in “I’m Not in Love” può riaffermare le sue doti d’arrangiamento: sebbene il tutto sia ben confezionato e con una certa coerenza di fondo – persino con l’ausilio di voci fuori campo – finisce per apparire come la cornice di un film in bianco e nero, dove lo stridulo dei violini era necessario per farne risaltare le figure.

È un colore chiaro quello che ricalca questo rock poetico, questa voce che sussurra:

If I tell you how I feel
Would you be afraid and run away
I would say my love is real
If you let me take you home tonight

Sono le frasi di “If I Take You Home Tonight”, l’unico inedito del disco, a fronte di tante cover. Una ballata in rima che ci riporta finalmente al jazz, grazie ai tempi lenti e precisi.

Volendo dare un giudizo finale, incomincio dicendo che non è mai facile quando si tratta di dare un giudizio negativo a un’artista che stimi; un giudizio che per altro conterà poco una volta “messo il punto”. Purtroppo bisogna ammettere che, quest’ultimo lavoro della Krall, così lontano da Quiet Nights, mi ha sorpresa e lasciata con un po’ di amaro in bocca. Sperando di non essere stata troppo amara.

Black Violet

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