Il Critico Integralista: edizione 2015

Critico IntegralistaLa redazione lavora alacremente ormai da qualche giorno per cercare di riportare La Lira di Orfeo allo “splendore” passato. Alcuni dei nostri collaboratori purtroppo non ci sono più, altri continuano a scrivere per e con noi, ma “a mezzo servizio”. Proprio per questo motivo fa quasi ridere che uno dei primi a rispondere alla chiamata sia stato Il Critico Integralista, che in pompa magna e al grido di «chimichanga!», stamattina è entrato in ufficio, schioccando un sonoro bacio sulla guancia della nostra segretaria Lucy Marie. Ci ha presentato un pezzo in cui dice la sua – comprensibilmente in ritardo per via dell’hiatus in cui versava il nostro blog -sulle uscite discografiche più (e meno) interessanti del 2015. Godetevelo.

  • Algiers – “Algiers”. La novità più eccitante di questo 2015. Con quel mix anti-intuitivo di gospel, psichedelica e industrial/post-punk gli Algiers riescono a riaccendere l’interesse (e la fantasia) verso una nuova ibridazione di generi.
  • Belle & Sebastian – “Girls in Peacetime Want To Dance”. Boooooring!
  • Blur – “The Magic Whip”. Non me lo aspettavo. Sinceramente pensavo producessero un disco piatto, senza idee, con qualche strizzatina d’occhio al sound britpop degli esordi, buono tuttalpiù per i fan nostalgici. Avevo fatto i conti senza l’integrità artistica di Damon (e Graham) che han messo in piedi un album intrigante e dalle molte sfaccettature, che idealmente continua e unisce le rispettive ricerche musicali (quelle sul versante pop, ovviamente) portate avanti negli anni di lontananza.
  • Chelsea Wolfe – “Abyss”. Sarò sincero, io sono fan sfegatato del cantautorato in gonnella (PJ Harvey, Liz Phair, Tori Amos, Lisa Germano, Fiona Apple). Dopo Abyss, non ho paura di aggiungere anche Chelsea Wolfe a quest’elenco. Era da un po’ che un’artista non mi stregava così.
  • Coldplay – “A Head Full of Dreams”.  È uscito il nuovo album dei Coldplay. È volato proprio fuori dalla mia finestra.
  • Iosonouncane – “DIE”. Sorpresa, sorpresa! Parlo di un italiano e lo faccio perché merita davvero. Pulsazioni electro-folk dense come la colla vinilica, ipotico, a tratti sonoramente dissacrante, diseguale, ma compatto, con il picco che è rappresentato da “Tanca” e “Buio” . Tutte qualità che rendono DIE una piacevole novità nel panorama italico.
  • Iron Maiden – “The Book of Souls”. Coerenti e sempre uguali a loro stessi. Li apprezzo proprio per questo.
  • Kamasi Washington – “The Epic”. Capolavoro! Tiene fede al suo titolo fino in fondo… e Dio come viaggia quel sax!
  • Kendrick Lamar – “To Pimp a Butterfly”. Un sacco di hater che non capiscono un ca**o. Non sarà un capolavoro ed è vero che, nei beat, manca la parte zarra che nei precedenti dischi di Kendrick equilibrava tutta la faccenda, ma per il resto To Pimp a Butterfly è un dananto gioiello pieno di rimandi musicali, sottotesti lessicali e testi pesanti come macigni, personali e impegnati.
  • Lana del Rey – “Honeymoon”. L’onda lunga dell’hype si sta esaurendo, mia cara Elizabeth.
  • Modest Mouse – “Strangers to Ourselvels”. Dentro questo disco c’è tutta l’essenza dei Modest Mouse. Schizofrenici, muscolosi, romantici, avventurosi… un must per tutti quelli che amano la band di Portland.
  • Muse – “Drones”. Ahahahahahahahahah. Si salva solo “The Handler”.
  • Protomartyr – “The Agent Intellect”. Testi cerebrali, supportati da ottima musica muscolare fatta di potenti distorsioni. Mente e corpo che si uniscono e che vengono letteralmente stimolati da questo nuovo lavoro dei Protomartyr (a patto che il post-punk revival non ve l’abbia ormai fatto a fette).
  • Sufjan Stevens – “Carrie & Lowell”. Il ritorno all’indie-folk più puro da parte di Mr. Stevens è il regalo più bello per questo 2015.
  • Tame Impala – “Currents”. Ca**o, si son trasformati nei fottuti MGMT.
  • Verdena – “Endkadenz Vol. 1 & 2”. Un volume 1 nettamente superiore al 2, per un doppio album che il trio bergamasco è stato obbligato a pubblicare in due battute a causa dei dettami della Universal. Mentre la prima parte continua in un’evoluzione sonora che non scende mai a compromessi e propone soluzioni cangianti (forse troppo?) e vorticose, proprio come il maelstrom che probabilmente si trova nella testa di Alberto Ferrari, il Vol. 2 ha l’odore di una brutta non trascritta in bella. Comunque entrambi i dischi sono molto più che dignitosi se guardiamo al panorama “rock” italiano.

Il Critico Integralista

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